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P A R T E. 121

SONETTO CXII.


NÉ così bello il Sol già mai levarsi,
     Quando ’l ciel fosse più di nebbia scarco;
     Nè dopo pioggia vidi ’l celeste arco
     4Per l’aere in color tanti variarsi;
In quanti fiammeggiando trasformarsi
     Nel dì ch’io presi l’amoroso incarco,
     Quel viso al qual' (e son nel mio dir parco)
     8Nulla cosa mortal pote agguagliarsi.
I’ vidi Amor, ch'e begli occhi volgea
     Soave sì, ch’ogni altra vista oscura
     11Da indi in qua m’incominciò apparere.
Sennuccio, il vidi, e l’arco che tendea,
     Tal, che mia vita poi non fu secura,
     14Ed è sì vaga ancor del rivedere.



SONETTO CXIII.


POmmi ove ’l Sol' occide i fiori, e l’erba;
     O dove vince lui 'l ghiaccio, e la neve:
     Pommi ov’è ’l carro suo temprato, e leve;
     4Et ov’è chi ce ’l rende, o chi cel serba:
Pomm'in umil fortuna, od in superba;
     Al dolce aere sereno, al fosco e greve;
     Pommi alla notte; al dì lungo, ed al breve;
     8Alla matura etate, od all’acerba:
Pomm'in cielo, od in terra, od in abisso;
     In alto poggio; in valle ima e, palustre;
     11Libero spirto, od a’ suoi membri affisso:
Pommi con fama oscura, o con illustre:
     Sarò qual fui: vivrò com’io son visso,
     14Continuando il mio sospir trilustre.