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SONETTO XCVII.


DIcesette anni ha già rivolto il cielo
     Poi che’n prima arsi, e giàmmai non mi spensi:
     Ma quando avven ch’al mio stato ripensi,
     4Sento nel mezzo de le fiamme un gelo.
Vero è ’l proverbio, ch’Altri cangia il pelo
     Anzi che ’l vezzo: e per lentar i sensi,
     Gli umani affetti non son meno intensi:
     8Ciò ne fa l’ombra ria del grave velo.
Oimè lasso! e quando fia quel giorno
     Che, mirando il fuggir degli anni miei,
     11Esca del foco, e di sì lunghe pene?
Vedrò mai 'l dì che pur quant’io vorrei.
     Quel’aria dolce del bel viso adorno
     14Piaccia a quest’occhi, e quanto si convene?



SONETTO XCVIII.


QUel vago impallidir che ’l dolce riso
     D’un’amorosa nebbia ricoperse,
     Con tanta maestade al cor s’offerse,
     4Che li si fece incontr’a mezzo ’l viso.
Conobbi allor, siccome in paradiso
     Vede l’un l’altro; in tal guisa s’aperse
     Quel pietoso penser ch’altri non scerse:
     8Ma vidil’ io, ch’altrove non m’affiso.
Ogni angelica vista, ogni atto umile
     Che già mai in donna ov’amor fosse, apparve,
     11Fora uno sdegno a lato a quel ch’i’ dico.
Chinava a terra il bel guardo gentile,
     E tacendo dicea, (com'a me parve)
     14Chi m’allontana il mio fedele amico?