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P A R T E. 87

SONETTO LXXXVII.


PErseguendomi Amor' al luogo usato;
     Ristretto in guisa d’uom ch’aspetta guerra,
     Che si provede, e i passi intorno serra,
     4De’ miei antichi pensier mi stava armato:
Volsimi: e vidi un’ombra, che da lato
     Stampava il Sole; e riconobbi in terra
     Quella che, se ’l giudicio mio non erra,
     8Era più degna d’immortale stato.
I’ dicea fra mio cor, Perchè paventi?
     Ma non fu prima dentro il penser giunto,
     11Che i raggi ov’io mi struggo, eran presenti.
Come col balenar tona in un punto,
     Così fu’ io da’ begli occhi lucenti,
     14E d’un dolce saluto inseme aggiunto.



SONETTO LXXXVIII.


LA Donna che ’l mio cor nel viso porta,
     Là dove sol fra bei pensier d’amore
     Sedea, m’apparve; ed io, per farle onore,
     4Mossi con fronte reverente, e smorta.
Tosto che del mio stato fussi accorta,
     A me si volse in sì novo colore,
     Ch’avrebbe a Giove nel maggior furore
     8Tolto l’arme di mano, e l’ira morta.
I’ mi riscossi: ed ella oltra, parlando,
     Passò; che la parola i’ non soffersi,
     11Nè ’l dolce sfavillar degli occhi suoi.
Or mi ritrovo pien di sì diversi
     Piaceri in quel saluto ripensando;
     14Che duol non sento, nè sentì ma’ poi.