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SONETTO LXIII.


OCchi, piangete; accompagnate il core,
     Che di vostro fallir morte sostene.
     Così sempre facciamo; e ne convene
     4Lamentar più l’altrui, che ’l nostro errore.
Già prima ebbe per voi l’entrata Amore,
     Là onde ancor, come in suo albergo, vene.
     Noi gli aprimmo la via per quella spene
     8Che mosse dentro da colui che more.
Non son, com’a voi par, le ragion pari:
     Che pur voi foste nella prima vista
     11Del vostro, e del suo mal cotanto avari.
Or questo è quel che più ch’altro n’attrista;
     Ch’e perfetti giudicj son sì rari,
     14E d’altrui colpa altrui biasmo s’acquista.



SONETTO LXIV.


IO amai sempre, ed amo forte ancora,
     E son per amar più di giorno in giorno
     Quel dolce loco ove piangendo torno
     4Spesse fiate, quando Amor m’accora:
E son fermo d’amare il tempo, e l’ora
     Ch’ogni vil cura mi levar d’intorno;
     E più colei lo cui bel viso adorno
     8Di ben far co’ suoi esempj m’innamora.
Ma chi pensò veder mai tutti inseme
     Per assalirmi ’l cor’ or quindi, or quinci,
     11Questi dolci nemici ch’i’ tant’amo?
Amor, con quanto sforzo oggi mi vinci!
     E se non ch’al desio cresce la speme;
     14I’ cadrei morto ove più viver bramo.