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P A R T E . 39

SONETTO XXXVIII.


L’oro, e le perle, e i fior vermigli, e i bianchi,
     Che ’l verno devria far languidi, e secchi;
     Son per me acerbi, e velenosi stecchi,
     4Ch’io provo per lo petto, e per li fianchi:
Però i dì miei fien lagrimosi, e manchi:
     Chè gran duol rade volte aven che ’nvecchi:
     Ma più ne' colpo i micidiali specchi,
     8Che ’n vagheggiar voi stessa avete stanchi.
Questi poser silenzio al signor mio,
     Che per me vi pregava, ond’ei si tacque,
     11Veggendo in voi finir vostro desio:
Questi fur fabbricati sopra l’acque
     D’abisso, e tinti ne l’eterno obblio;
     14Onde ’l principio di mia morte nacque.



SONETTO XXXIX.


IO sentia dentr’al cor già venir meno
     Gli spirti, che da voi ricevon vita:
     E perchè naturalmente s’aita
     4Contra la morte ogni animal terreno;
Larga’ il desio, ch’i' teng’or molto a freno;
     E misil per la via quasi smarrita;
     Però che dì, e notte indi m’invita;
     8Ed io contra sua voglia altronde ’l meno.
E' mi condusse, vergognoso, e tardo,
     A riveder gli occhi leggiadri; ond’io,
     11Per non esser lor grave, assai mi guardo.
Vivrommi un tempo omai: ch’al viver mio
     Tanta virtute ha sol'un vostro sguardo:
     14E poi morrò, s’io non credo al desio.