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le prose 73

legge Platone, non vitæ ornandæ, sed linguæ orationisque comendæ gratia; nec ut modestior fiat, sed lepidior. Cerca particolarmente di quello arricchire, che può mettere in mostra più facilmente, e non tanto si cura d’essere, che di parere. Ha, per dir così, due esistenze: una in sè medesimo, della quale non fa verun conto; un’altra nello spirito altrui, e di questa è veramente sollecito: si contenterebbe di mentire, tradire, tremare, per esser creduto veritiero, fedele, tranquillo.

Ben diverso è quell’uomo, che non tanto s’industria di piacere agli altri, quanto a sè stesso. No, non è vero ch’egli scriver non possa, senza pensare a’ lettori suoi. Come? Potrà uno trovarsi lietissimo, compiuta che ha un’azion buona; e nol potrà, terminato che abbia un bel libro? Nè disprezza già quelle scienze, di cui ho parlato, anzi le coltiva anch’esse, ma così, che sembran più belle, e più degne della compagnia di quell’altre sue