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de' litterati et al mondo tutto fu questa perdita inconsolabile, che ci privò non solo della miniera fecondissima del discorso d'un tanto filosofo, che già per inviolabil decreto di natura dovea mancare, ma più dell'oro purissimo delle speculazioni, estratto già e conservato nella sua lucidissima mente, forsi senza speranza di mai più recuperarlo per opera di alcun altro. Di queste rimasero solo appresso il figliuolo e nipoti alcuni pochi fragmenti per introdursi nella contemplazione della forza della percossa, con la suddetta dimostrazione del principio della scienza del moto accelerato, e con l'altra della 5a e 7a definizione del quinto libro d'Euclide.

Il corpo suo fu condotto dalla villa d'Arcetri in Firenze, e per commessione del nostro Ser.mo Gran Duca fatto separatamente custodire nel tempio di S. Croce, dove è l'antica sepoltura della nobil famiglia de' Galilei, con pensiero d'ereggergli augusto e suntuoso deposito in luogo più conspicuo di detta chiesa, e così, non meno ch'in vita, generosamente onorar dopo morte l'immortal fama del secondo fiorentino Amerigo, non già discopritore di poca terra, ma d'innumerabili globi e nuovi lumi celesti, dimostrati sotto i felicissimi auspicii della Ser.ma Casa di V. A.

Fu il sig.r Galileo di gioviale e giocondo aspetto, massime in sua vecchiezza, di corporatura quadrata, di giusta statura, di complessione per natura sanguigna, flemmatica et assai forte, ma per fatiche e travagli, sì dell'animo come del corpo, accidentalmente debilitata, onde spesso riducevasi in stato di languidezza. Fu esposto a molti mali accidenti et affetti ipocondriaci e più volte assalito da gravi e pericolose malattie, cagionate in gran parte da' continui disagi e vigilie nell'osservazioni celesti, per le quali bene spesso impiegava le notti intere. Fu travagliato per più di 48 anni della sua età, sino all'ultimo della vita, da acutissimi dolori e punture, che acerbamente lo molestavano nelle mutazioni de' tempi in diversi luoghi della persona, originate in lui dall'essersi ritrovato, insieme con due nobili amici suoi, ne' caldi ardentissimi d'una estate in una villa del contado di Padova, dove postisi a riposo in una stanza assai fresca, per fuggir l'ore più noiose del giorno, e quivi addormentatisi tutti, fu inavvertentemente da un servo aperta una finestra, per la quale solevasi, sol per delizia, sprigionare un perpetuo vento artifizioso, generato da moti e cadute d'acque che quivi appresso scorrevano. Questo vento, per esser fresco et umido di soverchio, trovando i corpi loro assai alleggeriti di vestimenti, nel tempo di due ore che riposarono, introdusse