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scrisse quell'erudito Discorso sopra le cose che stanno in acqua e che in quella si muovono, dedicato al suddetto Serenissimo e stampato in Firenze nell'Agosto del 1612: nell'ingresso del qual trattato diede publicamente notizia delle novità delle macchie solari; e poco doppo ristampandosi il medesimo Discorso con alcune addizzioni, nella prima di esse inserì il parer suo circa il luogo, essenza e moto di dette macchie, avvisando inoltre d'aver per mezzo di quelle osservato il primo un moto e revoluzione del corpo solare in sé stesso nel tempo di circa un mese lunare; accidente, benché nuovo in astronomia, eterno nondimeno in natura, a cui perciò il Sig.r Galileo referiva, come a men remoto principio, le cagioni d'effetti e conseguenze maravigliose. In occasione delle dispute che nacquero in proposito del galleggiare, soleva dire il Sig.r Galileo, non vi esser più sottile né più industriosa maestra dell'ignoranza, poiché per mezzo di quella gl'era sortito di ritrovare molte ingegnose conclusioni e con nuove et esatte esperienze confermarle per satisfare all'ignoranza delli avversarii, alle quali per appagare il proprio intelletto non si sarebbe applicato.

Contro la dottrina di tal Discorso si sollevò tutta la turba peripatetica, et immediatamente si veddero piene le stamperie di opposizioni et apologie, alle quali fu poi nel 1615 abondantemente risposto dal P. D. Benedetto Castelli, matematico allora di Pisa e già discepolo del Sig.r Galileo, a fine di sottrarre il suo maestro da occuparsi in così frivole controversie.

Stava bene il Sig.r Galileo tutto intento a' celesti spettacoli, quando però non veniva interrotto da indisposizioni o malattie che spesso l'assalivano, cagionate da lunghe e continuate vigilie et incomodi che pativa nell'osservare; e trovandosi poco lontano da Firenze nella villa delle Selve del Sig.r Filippo Salviati, amico suo nobilissimo e d'eminentissimo ingegno, quivi fece scrupolosissime osservazioni intorno alle macchie solari: et avendo ricevuto lettera dal Sig.r Marco Velsero, Duumviro d'Augusta, accompagnata con tre del suddetto Apelle sopra l'istesso argumento, ne i 4 di Maggio del 1612 rispose a quella con varie considerazioni