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Pagina:Le opere di Galileo Galilei VII.djvu/595


di antonio rocco. 587

il Filosofo, ma si intende nel modo che io ho esposto: e se pur volete che ne i numeri così astratti siano rinchiusi sensi e misteri reconditi divini, nascosi al volgo (come dite), volendo impugnare la dottrina di Aristotile, mirabilmente la confirmate. E sentite se è vero. È cosa infallibilmente credibile che le discipline di Platone e di Pittagora fossero a i tempi di Aristotile più note e più divulgate a gli uomini di quel che siano a’ giorni nostri; se dunque così stimate (come è dovere), forse in quel tempo si sapea qualche occulto misterio o recondito senso del numero astratto, massime del ternario, già che con tanti encomi lo celebravano e gli davano, per commun consentimento over uso di parlare, attributo di omne e di perfetto: già di ciò non era inventore Aristotile, ma usa i termini ricevuti e (da credere) approvati; per conseguente dunque si serve di questo numero acconciamente, nè voi lo potete riprendere, non sapendo, secondo l’intelligenza di quei tempi, la perfezzione del numero ternario, come la suppone Aristotile; e se la sapete, fate male ad impugnarla e contradite a voi stesso, dicendo, non intender che il 3 sia più perfetto del 2 over del 4 etc. E se pur altri siano i misteri di questi numeri, e voi come provetto matematico insinuate sapergli, producete frutti di sapienza così singolari al mondo, a beneficio di studiosi, a gloria del vostro nome, e distintamente svelate gli errori di Aristotile col dar il suo dovere a i numeri, e non stiate, in cose importantissime filosofiche, nell’obiezzioni meno che dialettiche. Non intendo però che in verità fusse virtù in tali numeri astratti, ma per ritorcervi contra la vostra propria posizione. Procede per tanto Aristotile nella sua dimostrazione filosoficamente dalla natura delle cose, non con vaghezza di retori, come voi dite, anzi, senza mancar dal decente e dal venerabile, è rigorosamente ristretto.

Mentre poi più a basso, a car. 4 [pag. 36, lin. 1 e seg.], dite che le ragioni di Aristotile, con le quali prova tre esser le dimensioni del corpo, nè più nè meno, non siano sufficienti, e che voi con dimostrazione matematica le dimostrarete meglio, io vi rispondo che sì come una scienza è diversa dall’altra, così parimente i principii e te dimostrazioni devono esser diverse, essendo che in queste e quelli consista la natura ed ordine loro; e quantunque tal ora una conclusione si consideri in diverse facoltà, per dimostrarla poi ciascuna deve usar i proprii principii: altrimenti le scienze sarebbono fra loro confuse, o in una se ne contenerebbono molte; e l’uno e l’altro è falsissimo. È parimente vero che nelle scienze le quali hanno fra sè stesse qualche connessione o dipendenza (il che accade di molte, come della fisica e della medicina, della metafisica e dell’altre particolari), si prende alle volte per più evidenza alcuna proposizione, definizione, o massima dell’altra; ma non è però necessario addurvi anco i principii e ragioni, che si usano proprii in quella onde si prende. Dico ancora che quando una scienza precede l’altra nell’impararsi, le cose o posizioni della precedente si suppongono per note, nè vi si apportano altre dimostrazioni nella scienza