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584 esercitazioni filosofiche

fuora di lui non sia cosa alcuna corporale, abondantemente lo dimostrò nel progresso, e specialmente ove trattò della sua finità, della figura e del moto suo circolare; già che questo è universale assunto a cui si appoggia tutta la machina della seguente dottrina, onde a poco a poco regolatamente deve adattarsi nelle sue parti. Questa, in somma, è la ragione vera ed adequata della perfezzione del mondo, non quella del corpo che voi gli attribuite. Or discorriamo dell’altre vostre obiezzioni circa l’istessa materia.

Doppo aver nel modo predetto apportate le ragioni di Aristotile, per le quali credevate che esso provasse la perfezzione del mondo, non già del corpo, a car. 4 [pag. 35, lin. 1 e seg.] parlate di questa maniera: «Io, per dir il vero, in tutti questi discorsi non mi son sentito stringer a conceder altro se non che quello che ha principio, mezo e fine, possa e deva dirsi perfetto: ma che poi, perchè principio, mezo e fine son 3, il numero 3 sia perfetto, ed abbia facoltà di conferir perfezzione a chi l’avrà, non sento io cosa che mi muova a concederlo; e non intendo e non credo che, v. g., per le gambe il numero 3 sia più perfetto che il 4 o il 2; nè so che il numero 4 sia d’imperfezzione a gli elementi, e che più perfetto fusse ch’e’ fusser 3. Meglio dunque era lasciar queste vaghezze ai retori e provar il suo intento con dimostrazione necessaria, che così convien fare nelle scienze dimostrative». Fin qui sono parole vostre ad litteram; ma quanto poco offendino la dottrina di Aristotile, lo vedrete manifestamente. Mentre dice che quello che ha principio, mezo e fine sia perfetto, e che perciò (inferite) il numero 3 esser perfetto non vaglia, ed esemplificate del numero 2 e 4 delle gambe e de gli elementi; vi rispondo che commettete un paralogismo di divisione, passando dal numero che fu posto concretamente, insieme con le cose numerate, al numero astratto e quasi separato; overo credete che così inferisca Aristotile e v’ingannate, ed è il vostro argomento simile a questo: «Venticinque cavalieri sarebbono in un esercito, fra i pedoni, bastanti ad acquistar la vittoria col combattere valorosamente; dunque il numero 25 fa giornata, combatte, vince, riporta la vittoria». Non sapete voi che il numero, essendo accidente o quantità discreta, non si trova separato dalle cose numerate? e mentre per figura di locuzione si pone solo, si riferisce, e deve necessariamente riferirsi, a i pregiacenti soggetti nominati, come, per essempio «Tre soldati combattono, tre vincono, tre trionfano», se ben si pongono più volte i tre soli senza quel termine di soldati, nondimeno si riferiscono a i supposti predetti, come è natura di ciascun termine concreto. Così il numero di 3 all’aristotelica è perfetto, mentre è connesso con i suoi fondamenti di principio, mezo e fine; e da questa fondamental perfezzione, come da più eccellente e più convenevole all’universo, per singoiar attributo ha il numero ternario astratto ricevuto dignità venerabile, non che per sè o da sè, separato, sia tale: del che potrei addurvi essempi di cose sopranaturali, e credo che lo sappiate ancor voi senz’altri essempi.