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578 esercitazioni filosofiche

testo avanti al cospetto di Dio e de gli uomini, di pregiudicar pur in un punto alla riputazione del Sig. Galileo, nè alla fama che grande ha acquistata nelle matematiche, nè all’altre sue inclite qualità personali; e se tal ora nel progresso di miei discorsi contro di lui apparirà ’segno o realtà di mordacità o d’improvero (il che sarà più rare volte ch’io possa), ciò diviene dalla naturalezza della controversia, dall’officio di litigante, dal ributtar i colpi in modo che feriscano anco (se sia possibile) chi gli vibra. Non può esser duello (e pur è tale ogni disputa) se non da scherzo e ridicolo, ove non si trattan l’arme che senza taglio, ove mai si ferisca ma si minacci solo. E se egli, inimico fiero, implacabile, cerca non ferir solamente ed estinguer la dottrina di Aristotile, ma con punture acutissime e velenose di lingua atterrar la sua fama, e più quella di suoi seguaci; perchè ad altri, forse manco sproporzionato ad esso che egli ad Aristotile, a ragion di taglione, a giusta difesa, non sarà lecito far in parte l’istesso contro di lui? Io per tanto, come io, umilmente l’inchino; ma come ministro d’Aristotile (qual mi sia), con l’arme di Aristotile istesso, con i suoi naturali principii, che giudico sufficientissimi (come si vedrà nell’esito), non mancherò a quanto posso. Altri di più ricco talento suppliran forse a quanto intieramente si deve; nè perciò queste mie bassezze gli saranno pregiudiciali o affatto inutili, poichè dal tenebroso di esse spiccherà più chiara e più fiammeggiante la vivezza del loro sapere. Non mi curo di applauso, non ho umore d’esserne stimato disputante, redarguente, saputo; mi si attribuiscano pure gli umili fini predetti: e chi della loro candidezza sarà contento, chi si sodisferà d’un desio di ben oprare, senza mirar per minuto l’opere istesse, gradirà cortesemente l’impresa; altri a sua voglia la sprezzi. La gentilezza che con benignità l’accoglie, la scusa la compatisce, mi sarà soave sprone ad altri impieghi; la severità che la biasma la avvilisce, mi sarà freno tenace da non trabboccar per l’avenire in errori, ed incentivo potente di correggere i già commessi. Venezia, 1633.