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di antonio rocco. 577

d’ogni legge: e se pur tale di essi serbi vestigi di vera virtù, non fucata, ciò ha origine altronde, almanco dal riflesso di non sapere; onde da questa conosciuta ignoranza nasce questa virtù modesta, non mica dalla scienza, che non esiste.

Però dall’oracolo fu solo fra gli uomini stimato savio chi seppe di saper nulla. Le radici della vera sapienza hanno il lor fondo geniale nel cielo; trasportate per tanto in terra, degenerano, come il fromento in zizania. Lo conobbero gli antichi benissimo, e singolarmente Aristotile nella Posteriore, nella Metafisica ed altrove. Siaci però tanto concesso, che i nostri fini ne conseguiamo nel modo che conseguisce anco i suoi, del vedere, la nottola, con la debolezza della sua vista, ed in questo fosco barlume chi è men losco de gli altri sia lince. La conoscenza infallibile delle cose recondite è quella solamente nell’uomo che per fede gli vien direttamente da Iddio.

Non giudico dunque (ripiglio all’intento principale) così indubitatamente certa la filosofia d’Aristotile, che non sia ancor essa soggetta all’obiezzioni ed a gli errori, quantunque per assenso quasi d’ogn’uno sia ella stata sin ora stimata la manco erronea, ed egli in questo genere più celebre e più conspicuo di tutti gli altri. E vero che la natura è madre commune a ciascuno, anco alle bestie, nè si stanca giamai nelle sue opere, nè è scemata di virtù nel produr gli uomini e gli ingegni; tuttavia nelle diversità innumerabili delle sue famiglie par che si diletti (per quanto dalla esperienza si raccoglie) di primogeniture impermutabili, forse per ragion di ordine, che ha dependenza da un primo, che ha regola da un esemplare; e nella filosofica si è compiaciuta investirne Aristotile, distribuendo in minor porzione a gli altri le reliquie a suo beneplacito. Non perchè stimi (dico) la sua dottrina irrefragabile, o perchè abbi giurato nelle sue parole o che sia divenuto suo mancipio (imposture del Sig. Galileo a gli Aristotelici), ho preso il presente assunto, se bene ad essa dottrina io sia grandemente obligato per averne conseguito onore commodi ed elezzione alle più famose catedre filosofiche, che per rispetti maggiori (di servir immediate a quest’alma città di Venezia, a questa Idea delle cristiane republiche, a questa gran patria del mondo e Pritaneo inesausto di virtuosi) ho ragionevolmente rifiutate. Molto meno ho avuto per scopo l’oppressione di queste nove o rinovate posizioni, se non in quanto l’ho ritrovate lontane dal vero: anzi al primo loro apparire, io, stimatele venute dal cielo, non sonniate, ma viste, famelico di cibo celeste, me gli avventai per cibarne a sazietà la mente; ma pratticatele, l’ho trovate non visioni, ma illusioni, non verità indubitate del cielo, ma fantasie fallaci de gli uomini, di sì lieve ed inabil sostanza1 all’intellettual nutrimento, che lasciano doppo pasto assai più fame che pria. Non intendo però in conto alcuno, e me ne pro-

  1. Le parole da «ma pratticatele» a «sostanza» nell’esemplare dell’edizione originale postillato da Galileo furono ugnate in margine, da Galileo stesso, con virgolette e con la figura d’una mano.