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dal confessare egli stesso la sua oscurità, sí dal rimettersi due volte in due diverse maniere per dichiararlo: ed io ingenuamente confesso di non avere capita la sua spiegatura se non doppo che con altro diverso modo, assai piano e chiaro, lo resi intelligibile, ma non però senza una lunga e laboriosa applicazion di mente.
Simplicio

Aristotile vedde la difficultà medesima e se ne serví per redarguir alcuni antichi i quali volevano che la Terra fusse un pianeta: contro a i quali argomenta, che se ciò fusse, converrebbe che essa parimente, come gli altri pianeti, avesse piú di un movimento, dal che ne seguirebbe questa variazione ne gli orti ed occasi delle stelle fisse, e nell’altezze meridiane parimente. E poiché ei promosse la difficultà e non la risolvette, è forza che ella sia, se non d’impossibile, almeno di difficile scioglimento.


Salviati

La grandezza e forza dell’annodamento rende lo scioglimento più bello e ammirando; ma io non ve lo prometto per oggi, e vi prego a dispensarmi sino a domani, e per ora andremo considerando e dichiarando quelle mutazioni e diversità che per il movimento annuo dovriano scorgersi nelle stelle fisse, sì come pur ora dicevamo, nell’esplicazion delle quali vengono a proporsi alcuni punti preparatorii per lo scioglimento della massima difficultà. Ora, ripigliando i due movimenti attribuiti alla Terra (e dico due, perchè il terzo non è altrimenti un moto, come a suo luogo dichiarerò), cioè l’annuo ed il diurno, quello si deve intendere fatto dal centro della Terra nella circonferenza dell’orbe magno, cioè di un cerchio massimo descritto nel piano dell’eclittica, fissa ed immutabile; l’altro, cioè il diurno, è fatto dal globo della Terra in sè stesso circa il proprio centro e proprio asse, non eretto, ma inclinato al piano dell’eclittica, con inclinazione di gradi 23 e mezo in circa, la quale inclinazione si mantiene per tutto l’anno e, quello che sommamente si deve notare, si conserva sempre verso la medesima parte del cielo, talmentechè l’asse del moto diurno si mantien perpetuamente parallelo a sè stesso: sì che, se noi ci immagineremo tale asse prolungato sino alle stelle fisse, mentre che il centro della Terra circonda in un anno tutta l’eclittica, l’istesso asse descrive la superficie di un cilindro obliquo, che ha per una delle sue basi il detto cerchio annuo, e per l’altra un simil cerchio imaginariamente descritto dalla sua estremità, o vogliamo dir polo, tra le stelle fisse; ed è tal cilindro