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Pagina:Le opere di Galileo Galilei V.djvu/96

96 istoria e dimostrazioni

parti più australi del corpo solare, ed occultandosi o separandosi da quello nelle parti più boreali, descrivendo in somma nella faccia del Sole linee per quel verso appunto che fariano Venere o Mercurio, quando nel passar sotto ’11 Sole s’interponessero tra quello e l’occhio nostro. Il movimento, dunque, delle macchie rispetto al Sole appar simile a quello di Venere e di Mercurio e de gli altri pianeti ancora intorno al medesimo Sole, il qual moto è da ponente a levante, e per l’obliquità dell’orizonte ci sembra declinare da mezzogiorno in settentrione. Se Apelle non supponesse che le macchie girassero intorno al Sole, ma che solamente gli passassero sotto, è vero che il moto loro doveria chiamarsi da levante a ponente; ma supponendo che quelle gli descrivino intorno cerchii, e che ora gli siano superiori ora inferiori, tali revoluzioni devono chiamarsi fatte da occidente verso oriente, perchè per tal verso si muovono quando sono nella parte superiore de i loro cerchi.

Stabilito che ha l’autore, che le macchie vedute non sono illusioni dell’occhiale o difetti dell’occhio, cerca di determinare in universale qualche cosa circa il luogo loro, mostrando che non sono nè in aria nè nel corpo solare. Quanto al primo, la mancanza di parallasse no-

occultandosi e separandosi, B, s — 3. Venere e Mercurio, A — 17. diffetti, s — 19. solare stesso. Quanto, A. Dopo ne nel corpo solare stesso si legge nel cod. A, cancellato, quanto appresso: E quanto al primo, se Varia non si estende a maggior altezza intorno al globo terrestre di quello che comunemente sin qui si e creduto, non è dubbio alcuno che tali macchie siano fuori dell’aria, come la mancanza di paralasse notabile par che convinca: ma il punto sta se l’aria e gli altri corpi integranti l’universo sono, nella sustanza, nella grandezza, nel numero e nell’ordine, quali e quanti comunemente stima la popolar filosofia. Intorno alle quali posizioni io ho grandissimi dubbii: e parmi di veder tal maniera di filosofare per molte ragioni e sensate esperienze or mai in guisa titubante, che vano resti ogni sforzo che venga fatto da i suoi fautori e mantenitori per accomodar più la natura e il mondo alla peripatetica dottrina; ma che sia forza di finalmente adattare la filosofia ai mondo ed alla natura, e ciò con assai minor offesa di Aristotile, suo principe, il quale se a questi secoli fosse vivo, cangerebbe molte sue opinioni, come quello che conoscerebbe esser assai più lodevol consiglio il mutare una falsa credenza in una vera, che l’introdurne cent’altre impossibili e false per ostinatamente mantenerne una erronea. Ma gl’ingegni vulgari timidi e servili, che altrettanto confidano, e bene spesso senza saper perchè, sopra l’autorità d’un altro, quanto vilmente diffidan del proprio discorso, pensano potersi di quella fare scudo, ne più oltre credon che si estenda l’obligo loro, che a interpretare, essendo uomini, i detti di un altr’uomo, rivolgendo notte e giorno gli occhi intorno ad un mondo dipinto sopra certe carte, senza mai sollevargli a quello vero e reale, che, fabbricato dalle proprie mani di Dio, ci sta, per nostro insegnamento, sempre aperto innanzi. Non intendo però di commemorar l’Apelle tra questi: [e] già l’esser egli matematico, e curioso e diligente osservato[re d]elle cose nuove e celesti, lo [s]epara da i filosofi popolari. Ma tornando al nostro proposito, dico parermi.... Dopo parermi il foglio, per uno spazio di circa otto linee, è coperto da un cartellino, sul quale è scritto il tratto da «Quanto al primo» (lin. 19) a «perche il» (pag. 97, lin. 4). Questo cartellino copre altresì quelle lettere del brano ora riferito, che abbiamo racchiuse tra parentesi quadre. — 19. paralasse, A, B —