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Pagina:Le opere di Galileo Galilei V.djvu/337


a madama cristina di lorena. 333

zioni, appoggiate sopra astrazioni, che ad esser concepite ricchieggon troppo gagliarda imaginativa. Per lo che, quando bene appresso i sapienti fusse più che certa e dimostrata la stabilità del ʘ e l’moto della Terra, bisognerebbe ad ogni modo, per mantenersi il credito appresso il numerosissimo volgo, proferire il contrario; poi che de i mille uomini vulgari che venghino interrogati sopra questi particolari, forse non se ne troverà un solo, che non risponda, parergli, e così creder per fermo, che ’l Sole si muova e che la Terra stia ferma. Ma non però deve alcun prendere questo comunissimo assenso popolare per argumento della verità di quel che viene asserito; perchè se noi interrogheremo gli stessi uomini delle cause e motivi per i quali e’ credono in quella maniera, ed, all’incontro, ascolteremo quali esperienze e dimostrazioni induchino quegli altri pochi a creder il contrario, troveremo questi esser persuasi da saldissime ragioni, e quelli da semplicissime apparenze e rincontri vani e ridicoli.

Che dunque fosse necessario attribuire al Sole il moto, e la quiete alla Terra, per non confonder la poca capacità del vulgo e renderlo renitente e contumace nel prestar fede a gli articoli principali e che sono assolutamente de Fide, è assai manifesto: e se così era necessario a farsi, non è punto da meravigliarsi che così sia stato con somma prudenza esseguito nelle divine Scritture. Ma più dirò, che non solamente il rispetto dell’incapacità del vulgo, ma la corrente opinione di quei tempi, fece che gli scrittori sacri nelle cose non necessarie alla beatitudine più si accommodorno all’uso ricevuto che alla essenza del fatto. Di che parlando S. Girolamo, scrive: quasi non [In cap. 28 Hieremiae.] multa in Scripturis Sanctis dicantur iuxta opinionem illius temporis quo gesta referuntur, et non iuxta quod rei veritas continebat. Ed altrove il medesimo Santo: Consuetudinis Scripturarum est, ut opinionem multarum [Cap. 13 Matthaei.] rerum sic narret Historicus, quomodo eo tempore ab omnibus credebatur. E Tommaso in Iob, al cap. 27, sopra le parole Qui extendit aquilonem

2. troppa gagliarda — 5. appresso ’l volgo — 9. però deve prendere alcuno questo, V — 11-12. per le quali — 25. alla verità del fatto — 30. Nel cod. V dopo credebatur (lin. 29) continua: Anzi conoscendo ecc. (pag. 334, lin. 21). Un segno di richiamo indica però che si debba inserire a questo punto ciò che si legge, scritto di mano di Galileo, su di un cartellino incollato sul margine del foglio, e che è quanto appresso: E più in S. Tommaso, sopra Iob, cap. 26, lec. 1, sopra le parole Qui extendit Aquilonem super vacuum et appendit Terram super nihilum

2-3. bene fusse appresso i sapienti più, G; ma in questa trasposizione non concordano nè gli altri codici nè la stampa. — 3. la stabilità del cielo e l’, G, s — 8. creder per certo che, s — 9. però nissuno deve pretendere questo, G — 13. esperienze induchino e dimostrazioni quegli, G — 27. gesta referunt, et, S —