Apri il menu principale

Pagina:Le opere di Galileo Galilei V.djvu/268

264 avvertimento.

terreno1, finché verso la metà del dicembre 1613 accadde un fatto che lo persuase a lasciare il riserbo in cui si era fino allora tenuto.

Don Benedetto Castelli informava il Nostro con lettera dei 14 dicembre 1613 2, che qualche giorno prima, essendo egli alla tavola granducale, presenti il Granduca, Madama Cristina di Lorena Granduchessa Madre, l’Arciduchessa e i più cospicui personaggi, il discorso era caduto sui pianeti Medicei: «e quivi si cominciò a dire che veramente bisognava che... fossero reali, e non inganni dell’istrumento». Ne fu interrogato dalle Loro Altezze anche il peripatetico Boscaglia, lettore di fisica nello Studio Pisano e ch’era pure alla mensa, «quale rispose che veramente non si potevano negare»; ma poi «susurrò un pezzo all’orecchie di Madama, e concedendo per vere tutte le novità celesti ritrovate da Galileo, disse che solo il moto della Terra aveva dell’incredibile e non poteva essere, massime che la Sacra Scrittura era manifestamente contraria a questa sentenza». Finita la tavola, la discussione su quest’ultimo argomento continuò in camera della Granduchessa Madre, e quivi il Castelli svolse, con piena sodisfazione de’ presenti, le idee medesime di Galileo su tale materia, tanto che il Boscaglia si restò «senza dir altro». Di tutti i particolari occorsi in questo congresso dette al Nostro, pochi giorni dopo, più minuto ragguaglio Niccolò Arrighetti, un altro de’ suoi discepoli. Fu allora che Galileo rispose al Castelli con la famosa lettera del 21 dicembre 1613, «circa ’l portar la Scrittura Sacra in dispute di conclusioni naturali», e in particolare sopra il luogo di Giosuè, ch’era proposto come contrario alla mobilità della Terra e stabilità del Sole.

Questa lettera, diffusa dal Castelli mediante copie numerose, destò grande rumore, e tanto più accese alla contradizione gli avversari: dei quali si fece interprete il Domenicano Fra Tommaso Caccini, che nella quarta domenica dell’Avvento, 20 dicembre, del 1614, leggendo nella chiesa di S. Maria Novella in Firenze il capitolo X del libro di Giosuè, ne prese occasione per riprovare acerbamente l’opinione Copernicana. Poco appresso, il 7 febbraio 1615, quel P. Lorini che abbiamo mentovato più sopra, trasmetteva al Card. Mellino, del S. Uffizio, la lettera di Galileo al Castelli, corrente in Firenze nelle mani di tutti, «dove, a giudizio di tutti questi nostri Padri di questo religiosissimo Convento di S. Marco, vi sono dentro molte proposizioni che ci paiono o sospette o temerarie», acciocché il Cardinale, se gli sembrasse che ci fosse bisogno di correzione, mettesse i ripari più opportuni3.

Galileo seppe ben tosto che la sua lettera al Castelli era letta e commentata

  1. Egli si era però già preoccupato della questione teologica, come dimostrano due lettere a lui dirette il 7 luglio e il 18 agosto 1612 dal Card. Conti (Mss. Galileiani, Par. I, T. XIV, car. 94 e 98), che rispondeva al quesito mossogli da Galileo «se la Scrittura Sacra favorisca a’ principii di Aristotele intorno la constituzione dell’Universo», e quindi anco intorno «al moto della Terra e del Sole».
  2. Mss. Galileiani, Par. I, T. VII, car. 128. Cfr. pag. 281-282 di questo volume.
  3. D. Berti, Il processo originale di Galileo Nuova edizione ecc. Roma, 1878, pag. 122-124.