Apri il menu principale

Pagina:Le opere di Galileo Galilei V.djvu/262

258 frammenti attenenti alle lettere

discorrenti per l’aria, ed essendo infin conceduto agli amanti ed a i poeti chiamare stelle gli occhi delle lor donne,

Quando si vidde il successor d’Astolfo

Sopra apparir quelle ridenti stelle;


e di più dire di un alterato dal vino o stordito da una percossa,

Vidde mirando in terra alcuna stella.


Ma saranno queste stelle solari differenti dalle altre in alcune condizioni pur di qualche considerazione: atteso che quelle ci si mostrano sempre di una sola figura, e quella è la regolarissima fra tutte; e queste, di infinite, ed irregolarissime tutte: quelle, consistenti nè mai mutatesi di grandezza e di forma; e queste, instabili sempre e mutabili: quelle, l’istesse sempre, e di permanenza che supera le memorie di tutti i secoli decorsi; queste, generabili e dissolubili da l’uno all’altro giorno: quelle, non mai visibili, se non piene di luce; queste, oscure sempre e splendide non mai: quelle, mobili ogn’una per sè, di moti proprii, regolari e tra di loro differentissimi; queste, mobili di un moto solo, comune a tutte, regolare solo in universale, ma da infinite particolari disagguaglianze alterato: quelle, costituite tutte in particolare in diverse lontananze dal Sole; e queste, tutte contigue, o insensibilmente remote dalla sua superficie: quelle, non mai visibili se non quando sono assai separate dal Sole; queste, non mai vedute se non congiuntegli: quelle, di materia probabilissimamente densa ed opacissima; queste, a guisa di nebbia o fumo rare. E chi sarà quello che le vogli stimar cosa con la quale non hanno pur una minima particolar convenienza, che non l’abbino cent’altre cose, più presto che cosa con la quale in ogni particolare convengono? Io le ho agguagliate alle nostre nugole o a i fumi; e certo chi le volesse con alcuna delle nostre materie imitare, non credo che si trovasse più aggiustata imitazione, che lo spruzzare sopra un ferro rovente in piccole stille qualche bitume di difficile combustione, il quale sul ferro imprimebo rebbe una macchia negra, dalla quale, come da sua radice, si eleverebbe un fumo oscuro, che in figure stravaganti e mutabili si anderebbe spargendo1

  1. Tomo cit., car. 74r. e t. — Sul margine della car. 74r., di fronte a questo frammento, si legge altresì, sempre di pugno di Galileo: «creda pur V. S. che quelli che le stimano stelle, è forza che poco abbino osservato i loro accidenti».