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intorno alle cose che stanno in su l’acqua ecc. 127


tardo: ma se così è, si dubita della causa onde avvenga che una falda larga e sottile di ferro o di piombo soprannuoti, ec.». E l’occasion del dubitare è in pronto, perché pare, al primo aspetto, che di questo soprannotare ne sia causa la figura, poiché lo stesso piombo, o minor quantità, ma d’altra figura, va al fondo: e noi già abbiamo affermato, che la figura non ha azione in questo effetto.

Finalmente, se la ’ntenzion d’Aristotile in questo luogo fusse stata di dir che le figure, benché non assolutamente, sieno al manco in qualche modo cagion del muoversi o non muoversi, io metto in considerazione che egli nomina non meno il movimento all’in su, che l’altro all’in giù: e perché, nell’esemplificarlo poi, non si produce altr’esperienza che d’una falda di piombo e d’una tavoletta d’ebano, materie che per lor natura vanno in fondo, ma in virtù (come essi dicono) della figura restano a galla, converrebbe che chi che sia producesse alcun’altra esperienza di quelle materie che per lor natura vengono a galla, ma ritenute dalla figura restano in fondo. Ma già che quest’è impossibile a farsi, concludiamo che Aristotile in questo luogo non ha voluto attribuire azione alcuna alla figura, nel semplicemente muoversi o non muoversi.

Che poi egli abbia esquisitamente filosofato nell’investigar le soluzioni de’ dubbi ch’ei propone, non torre’io già a sostenere; anzi varie difficultà, che mi si rappresentano, mi danno occasione di dubitare ch’ei non ci abbia interamente spiegata la vera cagion della presente conclusione. Le quali diffucultà io andrò movendo, pronto al mutar credenza, qualunque volta mi sia mostrato, altra, da quel ch’io dico, esser la verità; alla confession della quale son molto più accinto, che alla contraddizione.

Proposta che ha Aristotile la quistione «onde avvenga che le falde larghe di ferro o di piombo soprannuotino», soggiugne (quasi fortificando l’occasion del dubitare): «conciosia che altre cose minori e manco gravi, se saranno rotonde o lunghe, come sarebbe un ago, vanno al fondo». Or qui dubito, anzi pur son certo, che un ago, posato leggiermente su l’acqua, resti a galla, non meno che le sottili falde di ferro e di piombo.

Io non posso credere, ancorché stato mi sia referto, che alcuno, per difendere Aristotile, dicesse che egli intende d’un ago messo non per lo lungo, ma eretto e per punta: tuttavia, per non la-