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Pagina:Le opere di Galileo Galilei III.djvu/420


avvertimento. 415


tuta sullo stesso foglio per varii satelliti, ed anche per taluno di essi fino a quattro volte, è derivata una specie di stratificazione, dove sotto una tavola che si vede ne sta coperta un’altra ch’era in uso prima di quella. Così ebbero origine le tavole che pubblichiamo a pag. 4571 e 459, nelle quali abbiamo disposto le varie stratificazioni per ciascun satellite (nell’ordine stesso dato dall’autografo, che cioè a pag. 457 parte dal remotissimo e a pag. 459, come sempre in seguito, dal più vicino a Giove) l’una accanto dell’altra, in modo che le più antiche siano a sinistra e le più recenti a destra, stampando in corsivo quelle che abbiamo, con tutti i riguardi dovuti a manoscritti tanto preziosi, disseppellite, e in rotondo quelle che oggi si veggono e rappresentano nel loro insieme lo stato per allora ultimo e definitivo della tavola. Disposte in tal modo, queste tavole multiple vengono quindi a dimostrare nei loro vari stadi di progresso le correzioni ottenute da Galileo per circa un anno.

E qui, richiamandoci a quanto abbiamo antecedentemente esposto, noteremo anzitutto che in quel Discorso nel quale venivano per la prima volta pubblicamente enunciati i tempi delle conversioni, si riconosceva che dovevano essere ulteriormente corretti e si annunziava la risoluzione di perfezionare le tavole, sebbene anche quelle prime cifre rappresentassero già delle correzioni introdotte in confronto di tavole precedenti e meno esatte. Galileo scrive infatti: «Ma perchè la somma velocità delle loro restituzioni richiede una precisione scrupolosissima per li calcoli de’ luoghi loro nei tempi passati e futuri, e massimamente se i tempi saranno di molti mesi o anni, però mi è forza con altre osservazioni, e più essatte delle passate, e tra di loro più distanti di tempo, corregger le tavole di tali movimenti, e limitarli sino a brevissimi istanti. Per simili precisioni non mi bastano le prime osservazioni, non solo per li brevi intervalli di tempi, ma perchè non avendo io allora ritrovato modo di misurar con istrumento alcuno le distanze di luogo tra essi pianeti, notai tali interstizii colle semplici relazioni al diametro del corpo di Giove, prese, come diciamo a occhio; le quali benché non ammettano l’errore d’un minuto primo, non bastano però per la determinazione dell’esquisite grandezze delle sfere di esse stelle. Ma ora che ho trovato modo di prender tali misure senza errore anche di pochissimi secondi, continuerò le osservazioni...»2. L’istrumento al quale Galileo qui accenna è il micrometro, che incominciò ad usare nella seconda osservazione del 31 gennaio 1612, prendendone nota nei termini seguenti: «In hac 2a observatione primum usus sum instrumento ad intercapedines exacte accipiendas, ac distantiam orientalioris proxime accepi, non enim fuit instrumentum adhuc exactissime pa-

  1. L’intestazione dell’ultima colonna relativa al primo satellite porta traccia dell’intenzione che Galileo ebbe da principio, d’intitolare ciascuno dei quattro (Cfr. Vol. X, pag. 283) ad uno dei Principi di Casa Medici, figli di Ferdinando I, cioè Cosimo, Francesco, Carlo e Lorenzo.
  2. Cfr. Vol. IV, pag. 64.