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di baldessar capra. 551

libro. Voleva pur il Capra replicare altre cose e procurar di consumare in ciance. quel breve tempo che sino alla notte ci avanzava; ma finalmente, instandolo io e sfuggendo ogn’altro diverticolo, al preparato tavolino lo condussi.

Ed aperto il suo libro, mi venne per le mani la seguente figura,

che egli pone a car. 141, per cavar da essa o i lati de i corpi regolari e segnarli sopra lo Strumento, la qual divisione è di quelle che non sono poste da me nel mio Strumento: ed interrogatolo quello che intendeva di fare con quella figura, niente ebbi per risposta; e pur tornando ad interrogarlo di nuovo, mi disse che io leggessi il libro, e l’averei veduto; pur finalmente, dopo altre interrogazioni, disse che quella era una figura di Euclide, per trovare i corpi regolari. Allora io primieramente feci avvertiti i circonstanti come, avendo il Padre Clavio alterata un poco la figura posta da Euclide; sì che, per trovare quello che Euclide ed il Comandino e gli altri espositori trovano col descrivere il triangolo A OC, il Padre Clavio, lasciando il detto triangolo, trova l’istesso col tagliare la linea AH nel punto I, sì che la parte HI sia lato del decagono descritto nel cerchio, il cui semidiametro sia la linea BH, tirando poi dal punto B la linea BI; il Capra, non intendendo nè l’uno nè altro, e forse dubitando che alcuno di loro avesse lasciato indietro qualcosa, mette l’una e l’altra descrizione superfluamente. Ma questo errore è reso leggerissimo da gli altri più gravi che vi sono. Domandai dipoi il Capra, quanti fossero i corpi regolari; il quale, dopo un lungo pensare, disse che non lo sapeva, e che non era venuto quivi per dottorarsi in matematica, e che questa non era la sua professione, ma che, piacendo a Dio, voleva dottorarsi in medicina (e già si era scordato come nella dedicatoria della sua Considerazione Astronomica non solo matematico, ma protettor delle matematiche si era nominato; e come nella dedicatoria di questo medesimo libro, dopo avere essaitato il metodo del suo maestro nell’insegnarli, aveva scritte queste parole: Ut si verum dicere fas est, mihi potius mirandum sit propter hominis industriam, quam laetandum propter iam adeptam scientiam). Allora,

  1. Cfr. pag. 447.