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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/703


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rie, confetture e tarte di crema, sulle quali vedeansi scritti versi con de’pistacchi.

«Levate le mense, i convitati lavaronsi le mani 1, ed il giovane chiese loro se potesse giovarli in qualche cosa. Gli ospiti allora confessarono di non esser venuti se non per udire la voce, la cui melodia li aveva incantati. Il giovane, voltosi ad una delle schiave, le disse: — Chiamate la vostra padrona.» Andossene la messaggera, e in breve tornò con una sedia in mano, e seguita da un’altra donna, la cui rara bellezza riempiva di maraviglia. Cavò essa da un astuccio di raso rosso un liuto adorno di rubini e smeraldi, se l’appoggiò al seno, come se fosse un bambino, e lo accordò accarezzandolo come una madre il figliuolo. Ne trasse poi suoni seducenti, e cantò queste parole:

««Lungi da un amante il tempo fugge; indarno essa si lusinga che debba ricondurle vicino l’oggetto del suo amore.

««S’alza lo zeffiro della notte; vidi apparire la luna e lo stelle. Quante notti ho passate cogli occhi fitti sull’onde rabbrunite del Tigri, mentre quel fiume rifletteva il dolce chiaror della luna.

««Quante volte non ho io veduto coricarsi la luna, allorchè la sera spariva sotto la forma d’una scimitarra di porpora»»

«Quando la schiava ebbe finito di cantare, struggevasi in pianto, nè potè frenare i singhiozzi che commossero sino alle lagrime tutti gli astanti, rapiti dalla sua voce. — È dunque,» chiese Aaron, «un’amante sfortunata divisa dal suo diletto? — No,» rispose il giovane, «non geme che sull’assenza della propria famiglia. — Non si piangono così i parenti,» disse Aaron ai compagni. «Quelle lagrime

  1. Indispensabile è quest’uso in un paese nel quale ciascuno mette le mani nel piatto ed è sconosciuto l’uso delle forchette.