Apri il menu principale

Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/680


266


là pel palazzo, gridando; — Dove sono adesso, per assistermi co’ loro consigli? dove sono i miei visiri, i miei generali, e tutti i savi che feci in un momento sì funesto perire? —

«La notte lo colse in quello stato di disperazione. Allora, spogliatosi delle insegne reati, percorse travestito la città colla speranza di trovare forse qualche consolazione o qualche utile consiglio in quel critico momento. Incontrò egli due giovanetti di circa dodici anni, che discorrevano. — Mio padre,» diceva l’uno, «era iersera disperato a motivo della dolorosa situazione de’ suoi affari. Nulla prospera: i campi sono incolti o devastati, e la fame cresce di giorno in giorno. — Non può andar altrimenti,» rispondeva l’altro; «dacchè il re sagrificò alle donne i suoi visiri, tutto va male: fece morire mio padre Scimas, ch’era suo gran visir ed aveva già occupata quella carica presso suo padre. — Vedrai,» riprese il primo, «che Dio farà ricadere sul suo capo la maledizione che merita la sua ingiustizia. — Ah!» disse il figliuolo di Scimas, «che si deve temere quando si è re? — Non hai udito parlare,» proseguì il compagno, «d’una lettera che il re d’uno stato vicino scrisse al nostro? Questo principe straniero minaccia d’invadere lo stato con un esercito di centoventimila uomini, se non gli fabbrica un palazzo in mezzo al mare, e gli concede tre soli giorni di dilazione. — Tanto peggio per lui e per noi,» rispose il figliuolo di Scimas, «s’ei non isceglie tra’ suoi sudditi quelli che sarebbero capaci di scongiurare la tempesta. —

«Simile discorso non fece che maggiormente accrescere la tristezza provata dal re. Nondimeno, sperando che il figlio di Scimas, il quale pareva aver ereditata la sapienza del padre, potesse forse dargli salutari consigli, accostassi ai due ragazzi per conversare seco loro.