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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/659


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«Convocò il re una numerosa assemblea di consiglieri e di tutti i detti per assistere all’esame solenne che doveva farsi alla domane. Entrato Scimas nella sala, baciò la terra dinanzi al principe, e gli chiese: — Cos’è l’essere, l’esistenza, l’essere nell’esistenza e la durata dell’essere nell’esistenza?» Il principe rispose subito: — L’essere è certamente Iddio; l'esistenza, la creazione; l’essere nell’esistenza, questo mondo; e la durata dell’essere nell’esistenza, l’altro mondo.»

Scimas gli domandò poi su che si fondassero tali definizioni, ed in qual maniera bisogna condursi in questo mondo per essere nell’altro felici; ed il principe diede a tutte quelle interrogazioni bellissime risposte. Paragonò questo mondo ad una casa nella quale il padrone pose, perchè vi lavorassero, operai che ricalcitrano sinchè vi abbiano trovato una focaccia di miele, cui prendono tanto gusto che più non ne vogliono uscire. Lo paragonava anche ad un re ingiusto che spoglia tutti quelli che passano pe’ suoi stati; l’altro mondo paragonava ad un re giusto e benefico, che ricompensa coloro che lo servono. Continuando simili allegorie, soggiunse: — L’uomo è un mercatante mandato da un re giusto negli stati d’un re ingiusto per farvi commercio vantaggioso. Sa il mercante che il re ingiusto s’impossesserà di tutti i suoi beni, vale a dire, che il mondo ne occuperà esclusivamente la vita, e come buon calcolatore, fa allora i suoi conti; non sagrifica del suo capitale, cioè della sua vita, se non quanto è necessario per attraversane gli stati del re ingiusto, e cerca di conservare il resto per poter tornare un po’ più presto nel regno del monarca benefico, cioè alla felicità eterna. —

«Gli domandò poi Scimas in che cosa consistessero i castighi e le ricompense per l’anima e per il regno; il principe rispose colla parabola dello storpio e del cieco, che trovandosi in un giardino, formarono il