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rare, nel caso in cui soccombessimo nell’impresa. I miei due fratelli perirono, ed io ebbi la fortuna d’impadronirmi dei figliuoli del re Rosso, che sono geni potenti sotto la forma di pesci di corallo, come li vedete. Ora, per aver il tesoro, è d’uopo che facciate meco il viaggio di Fez e Mequinez. — Vi acconsentirei volentieri,» rispose Giuder, «se da me solo non dipendesse l’esistenza di mia madre e de’ miei fratelli. — Quanto a questo,» rispose il Mogrebino, «vi provvederemo sull’atto; ecco mille zecchini per sovvenire ai loro bisogni durante la nostra assenza. Tra quattro mesi sarete di ritorno, e ricco abbastanza per tutta la vostra vita.» Avendo Giuder dato le mille pezze d’oro alla madre, prese da lei congedo, e salì in groppa alla mula del Mogrebino.

«Viaggiato alcun tempo, Giuder si avvide che non avevano provvigioni. — Vi siete dimenticata la cucina,» disse al Mogrebino. — Avete fame?» questi rispose. — Sì,» replicò Giuder. — Ebbene,» proseguì il Mogrebino, «smontiamo, e portatemi la mia valigia da viaggio; ora ditemi cosa volete. — Pane e formaggio, se v’aggrada. — Ah! pane e formaggio è un cibo grossolano! Non avete gusti un po’ più dilicati? — Or via, un pollo arrosto. — Buono! — Riso cotto colla carne. — Buono! — Pasticci. — Buono!» Giuder nominò così sino ventiquattro specie di cibi, e l’altro sempre diceva: — Buono! — Ora basta,» disse Giuder; «vediamo d’onde ci verranno.» E subito il Mogrebino tirò fuori dalla valigia un piatto d’oro col pollo arrosto, e ad uno ad uno i Ventiquattro piatti che Giuder aveva desiderato, cavandone poi anche un catino ed una brocca pur d’oro per lavarsi le mani dopo il pasto. Ricollocata poscia ogni cosa nella valigia, risalì sulla mula, e: - Quanta strada credete che abbiamo fatta?» domandò il Mogrebino. — Non saprei,» rispose Giuder; «siamo in