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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, VII-VIII.djvu/273


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giorno, al tempo della mia grandezza, allorchè era caro al popolo per la giustizia della mia amministrazione, e distinto dal mio sovrano, il cui onore e gl'interessi mi furono sempre più cari della stessa vita, e pel quale non ho mai cessato di far voti, sin nell’orrore del mio carcere, io prendeva con alcuni intimi amici il fresco sul fiume entro magnifica barca. Nel bere il caffè, la tazza che aveva in mano, formata d’un solo smeraldo del massimo pregio, e ch’io prediligeva assai, cadde e sprofondossi nell’acqua. Subito mandai a chiamare un palombaro, al quale promisi generosa ricompensa se potesse trovarmi la coppa. Spogliatosi delle sue vesti, mi pregò d’indicargli il sito dov’era caduta, ed io, per precisarglielo, spinsi la distrazione sin a gettare nell’acqua un ricco anello di diamante che teneva in dito. Mentre stava maledicendo la mia balordaggine, il, palombaro, slanciatosi nei liquido elemento nel luogo indicato, ricomparve a capo di due secondi colla tazza entro la quale, con alta maraviglia, trovai il mio gioiello. Gli diedi una buona mancia, e gioiva d’aver ricuperate le mie gemme, quando d’improvviso venne a colpirmi l’idea che sì straordinaria felicità poteva essere tosto susseguita da qualche traversia. Tal riflessione mi rattristò, e rientrai in casa coll’animo pieno di presentimenti funesti, che pur troppo si sono realizzati, perchè la notte successiva i miei nemici mi accusarono di tradimento al sultano; il principe affrettossi a prestar fede alle loro calunnie, ed io fui precipitato la domane in quest’orrido soggiorno, nel quale languisco da sett’anni, con pane ed acqua per unico alimento. Ma Iddio mi ha concessa la forza di sopportare i terribili suoi decreti, ed anche oggi mi accadde una piccola disgrazia, la quale mi dà la certezza che, prima di notte, sarò posto in libertà e rimesso in grazia del