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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/791


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roso dell’esercito degli assediati, ma disposto nel medesimo ordine, e che si stese sulle tre divisioni, come una triplice nube. Quegli uccelli, più grossi delle aquile e più neri dei corvi delle nostre regioni, tenevano ciascuno tre pietre, uno nel becco e due negli artigli, e su ciascuna pietra stava scritto il nome del ribelle che doveva colpire. Alla testa dell’avanguardia, e fuor delle file, il generale dell’esercito aereo facevasi notare per le sue penne purpuree e bianche, per la nobiltà del portamento e la fierezza del volo. Due uccelli turchini volavano ai suoi fianchi, e parevano esserne gli aiutanti di campo. Questi ultimi mandarono un gran grido, che fu il segnale della strage universale. In un momento le pietre fatali caddero al loro destino: le teste proscritte furono schiacciate, e di tutta l’oste nemica non rimase vivo che il solo duca, il quale si mise a fuggire verso Damasco con una velocità eguale al suo spavento. Il generale uccello diresse il volo dalla medesima parte; i suoi due officiali calaronsi ai piedi dello scheik, e l’armata vittoriosa, mescendo le sue alle grida di gioia degli assediati, tornò, volando, verso la regione del cielo d’ond’era venuta.

«Il sultano, giulivo della sua liberazione, benchè alquanto spiacente che non v’entrasse per nulla la sua politica, cedè al sentimento religioso che un inaspettato lieto evento fa nascere nell’anima men pia. — Potenza d’Allah,» sclamò egli, «voi eguagliate la sua bontà; chi può comprendere l’una o l’altra? io lo confesso alfine, o dottore, tutto è difficile all’uomo, e nulla lo è a Dio. — In breve, signore, lo vedrete ancor meglio,» rispose Ibrahim. «Lasciamo ai difensori di Mervat la cura di raccogliere le spoglie, e seguiamo lo sciagurato capo di questo esercito di morti; vedremo l’effetto che produrrà nella vostra capitale la strana notizia ch’è ridotto a portarci egli stesso. —