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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/786


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la pace alle condizioni un po’ dure da me prescritte. Egli mi riconduce ora l’esercito vittorioso, di cui ha ordine di licenziare per via la maggior parte.

«Mentre il mio visir faceva alle frontiere una parte sì brillante da poter forse esserne abbagliato, io teneva a portata della mia scimitarra una testa che rispondevami della sua fedeltà: la testa di suo figlio, a cui ho dato, senza affettazione, il governo della mia capitale. Io vegliava agli affari interni, controllava la condotta degli emiri, dei magistrati e soprattutto de’ miei tesorieri, e conteneva il popolo che il rigor dello imposte faceva mormorare. Finalmente, dopo una guerra felice, che non ha impoverito troppo il mio erario, ho, grazie alle mio cure, ministri abili e fedeli, truppe invincibili, ed un popolo avvezzo alla pazienza ed al lavoro, un popolo che mi teme, e che mi amerà senza dubbio quando gli avrò fatto gustare le dolcezze della pace. Convenite dunque, dottore, che la prudenza umana, di cui dite tanto male, non lascia d’avere il suo pregio e la sua utilità! Io non leggo, come voi, ciò ch’è scritto sulla tavola di luce, ma m’immagino che vi si legga a grossi caratteri: Guai agl’imprudenti!

«— Non ne dubitate, sire,» rispose il saggio Ibrahim, «e sappiate che vi si legge anche: Guai ai superbi! Aimèl la vostra prudenza e prosperità sono forse egualmente vane, ma ritenendole anche reali, son desse vostre, e non vengono forse entrambe dal cielo? Avreste potuto, senza di lui, conoscere il vero e far il bene? O sultano di Damasco, che pensereste d’un cieco che dicesse: Io vedo la strada, o di un paralitico che si vantasse di camminare? —

«Il sultano sorrise di quella grave rimostranza, trattandola da pia intemerata, ma non ebbe il tempo di rispondergli; gli si annunciò che l’emiro Morad, giunto dall’esercito, domandava di riferirgli sul mo-