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grado di capo del consiglio supremo dei Sessanta. Costui si chiamava Alaeddin Abulschamat. — Ma come mai questo candelliere fu la cagione della morte di quell’uomo? — Tu avevi un fratello,» soggiunse Comacom, abbassando la voce, «chiamato Abdalum Bezaza; quando fu in età di ammogliarsi, tuo padre, l’emiro Kaled, volle comprargli una schiava....»

«E qui, il traditore si mise a narrare al giovine quant’era accaduto per la schiava Gelsomina, la funesta passione di Abdalum Bezaza, il furto fatto al califfo, il deposito degli oggetti rubati nella casa di Alaeddin, ed il supplizio di questi.

«Asian, sorpreso all’estremo, e cominciando a sospettare la verità, disse fra sè: — Questa schiava è la stessa che mi mise alla luce, e mio padre non può essere altri che lo sfortunato Alaeddin Abulschamat.» Pieno di tal idea, sì alzò con isdegno, e partì bruscamente.

«Nel recarsi precipitosamente a casa, trovò il capitano Ahmed Aldanaf. Colpito dall’aspetto del giovane, quegli si fermò, e disse ad atta voce: — Buon Dio, come gli somiglia! — Di chi parlate, signore?» chiese Hassan Schuman, che l’accompagnava. «Chi mai può cagionarvi una simile sorpresa? — È quel giovine,» rispose Ahmed; «è impossibile somigliare di più ad Alaeddin Abulschamat. —

«Aldanaf, essendosi avvicinato ad Aslan, lo pregò di volergli dire il nome di suo padre. — Mio padre,» rispose Aslan, «è l’emiro Kaled, wali di Bagdad.

«— E vostra madre chi è?» soggiunse il capitano con interesse. — Mia madre,» ripigliò il giovane, «è una delle schiave del wali, chiamata Gelsomina. — Oh cielo!» sclamò Ahmed; «è vostra madre! sappiate adunque invece che vostro padre è di certo Alaeddin Abulschamat. Del resto, andate da Gelsomina, ed interrogatela; vi dirà molte cose ch’è necessario sappiate. —