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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/49


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«In quella sala stava Pari-Banù, seduta sopra un trono d’oro massiccio, adorno di diamanti, rubini e perle di straordinaria grossezza, e suonata a destra ed a sinistra da gran numero di fate, tutte d’incantevole bellezza e riccamente vestite. Alla vista di tanto splendore e maestà, la maga rimase non solo abbagliata, ma ben anche talmente interdetta, che dopo essersi prosternata davanti al trono, non le fu possibile aprir bocca per ringraziare la fata, come si era proposto. Pari-Banù le risparmiò l’incomodo.

«— Buona donna,» le disse, «sono assai lieta che siasi presentata l’occasione di servirvi, e vi reggo con piacere in grado di proseguire il vostro cammino. Io non vi trattengo; ma prima non vi sarà discaro visitare il mio palazzo. Andate colle mie seguaci: vi accompagneranno, e ve lo faranno vedere. —

«La maga, sempre interdetta, prosternossi un’altra volta colla fronte sul tappeto che copriva i gradini del trono, prendendo congedo, senza aver la forza nè l’ardire di pronunziare una sola parola, e lasciossi condurre dalle due fate che l’accompagnavano. Essa visitò con maraviglia, ed in mezzo a continue esclamazioni, gli stessi appartamenti, stanza per istanza, le medesime ricchezze e la magnificenza istessa che la fata Pari-Banù avea già tatto osservare in persona al principe Ahmed la prima volta che le si era presentato, come abbiam riferito; e quanto vie maggiormente la colmò di stupore fu, che dopo aver veduto tutto l’interno del palazzo, le due fate le dissero ciò non essere che un saggio della grandezza e potenza della loro signora, e che nell’ostensione de’ suoi stati possedeva altri palagi, de’ quali ignoravano il numero, tutti d’architettura e di modello diversi, non meno superbi e magnifici. E intertenendola di varie altre particolarità, la condussero sino alla porta di ferro, da cui il principe Ahmed l’aveva introdotta, l’apersero,