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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/469


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tare di scoglio in iscoglio, finchè finalmente fossero giunti sulla scarpa esterna della fossa del palazzo d’acciaio, residenza ordinaria del genio Nisabic.

«Appena arrivati colà, videro le altre due fanciulle sulle eminenze vicine. — Venite, sorelle,» gridò Ilzaide; «eccolo.» Non eravi se non una forte e verace passione che metter potesse il nostro eroe al sicuro dalle seduzioni tanto più pericolose d’Ilzaide in quanto ch’erano innocenti; ma egli era già soggiogato dal suo destino, nè la regina nulla dovea temere. Intanto la conquista dell’isola Verde non era finita; il castello d’acciaio è inaccessibile, le fortificazioni sono custodite, chiuse le porte ed alzati i ponti. — Ignoro ancora,» dice Habib, «come potrò bastare ad impresa tanto ardua; ecco là un forte inattaccabile: le forze umane nulla vi possono: non ho più fiducia in me, bensì nei decreti della sorte che mi reggono; sarebbe pur possibile che le dichiarazioni della disfatta di Nisabic non fossero che una scaltra insidia per impegnarmi in un nuovo combattimento, e ch’io fossi assalito da pericoli, cui voi non dovete partecipare; tornate nel vostro elemento, fate voti pel cavaliere di Dorrat Algoase, ed almeno la vostra lontananza mi renda tranquillo al tutto sulla vostra sorte. — Noi non vi lasceremo,» risposero le figlie del mare; «con voi non si corre alcun rischio. — Se foste sempre al nostro fianco,» soggiunse la più giovane, «sfiderei le tempeste che frangono gli scogli. —

«Avvicinasi Habib al ponte levatoio, colla sciabola in pugno. — In nome di Salomone,» grida, «ed in virtù del suo talismano, comando a questo ponte di abbassarsi.» Immediatamente quello gira sui cardini, ed il varco è aperto. Tronca il guerriero colla scimitarra le due catene che servono a rialzarlo, e penetra nella corte della fortezza. In mezzo ad essa