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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/457


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oggetto che rapidamente inoltra verso la riva; più teste fuor dell’acqua lo chiamano: — Venite, cavaliere! venite, montate su questo schifo.» Riconosce la voce delle ninfe del mare, si slancia, ed il fragile bastimento voga sull’onde.

«Otto delfini stavano attaccati alla zattera; la sorella maggiore delle naiadi, col corpo fuor dell’acqua sino alla cintura, appoggiandosi colle mani alla poppa del legno, serviva di timone: le due minori, nuotando ai lati, lo tenevano in equilibrio; Habib, collo spirito assorto nel suo progetto, stava sul fodero.

«Scopresi in breve tutta l’isola Bianca; il palazzo del tiranno, fabbricato di coralli e conchiglie, appare sulla punta più sporgente dell’isola: le scolte, visto da lungi il guerriero, danno l’allarme e ne annunciano l’arrivo a Racascik: il mostro crede di tener già una nuova preda. — Si lasci avanzare,» dice, «e domandategli cosa voglia; imparerà fra poco, a sue spese, che nessuno straniero può approdar qui senza misurarsi con me; corro ad armarmi per riceverlo come merita. —

«Intanto la zattera tocca terra, ed Habib d’un salto vi scende; una sentinella, specie di mostro anfibio, gli move incontro, e lo interroga secondo gli ordini ricevuti.

«— Va a dire al tuo padrone,» risponde l’eroe, «che vengo qui per combatterlo. — Voi non siete armato,» soggiunge il mostro; «non avete cavallo. — Non te ne intendi,» ripiglia il principe; «il mio turbante equivale ad un elmo; la scimitarra mi tien luogo di corazza o di scudo, e non ho bisogno di cavallo; osi il tuo padrone attaccarmi! io sfido lui e tutta la sua potenza insieme.

«L’ambasciata è fatta: Racascik diventa furibondo; coperto di squame, montato sul suo orribile cavalmarino, il cui pesante galoppo solleva un nembo di polve, accorre alla spiaggia e scorge l’eroe.