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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/447


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NOTTE CDLXXV

— Alabus lasciava il giovane sur una rupe; il mare erasi ritirato, e cessava di frangersi al piede di quell’asilo; poteva discenderne, e passeggiare sur uno spazio assai corto da una roccia all’altra; ma non aveva colà verun riparo per la notte, nessun rimedio apparente contro la sete e la fame. Tal era la situazione dell’eroe, allorchè il genio protettore disparve.

«Un’anima meno elevata della sua si sarebbe abbandonata all’inquietudine; ma la scimitarra del gran Salomone gli pende sempre al fianco, e minaccia ancora i nemici dell’Altissimo; non ha più a temere altri avversari che sè medesimo. — Il mio fallo mi aveva abbattuto,» sclamò, «ma la mano di Dio mi rialzò. Terra, tu mi stai dietro come un muro tremendo! Mare, tu sembri senza limiti, e non offri ai miei sguardi se non abissi; ma la speranza galleggia sulle tue acque, ed a me si mostra in mezzo ai vapori che ti ricoprono! —

«In fatti, Habib vedeva allora, senza accorgersene, la terra: era la punta più avanzata dell’isola Bianca, che formava parte degli stati di Dorrat Algoase. Intanto sopraggiunge la notte, e per non trovarsi esposto all’incomoda sua frescura, egli si adagia fra due rupi all’uopo di preservarsi da un vento rigido, la cui continua azione gli avrebbe gelato il corpo.

«Allo spuntar del giorno, il giovane musulmano fece la sua abluzione e le sue preghiere. Percorse poi