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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/440


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NOTTE CDLXXIV

— Alabus si è ritirato: il giovane apre e rinchiude adagio la prima porta. Vede un nero gigante, di figura spaventevole, il quale, scorgendolo, manda uno strido da cui sono scosse le volte della caverna. Il mostro sguaina la terribile scimitarra; Habib, attento, volge gli occhi sulla lama, e pronuncia ad alta voce la parola potenza, che vi vede incisa in caratteri d’oro; lo schiavo è disarmato. Scimitarra e chiavi gli cadono ad un tempo dalle mani, ed egli s’inchina dinanzi al vincitore.

«Il giovane, impossessandosi del formidabil brando, s’avvia alla seconda porta e l’apre. Sette vie diverse si presentano a’ suoi sguardi, e neppur una è illuminata. Indeciso sulla scelta di quella da prendere, pronunzia ad alta voce la magica parola; una luce pallida e vacillante si offre all’ingresso della quarta via; ei la segue, scendendo millequattrocentonovanta gradini d’una scala appena rischiarata.

«Giunto alla terza porta, sempre guidandosi colla medesima prudenza, viene accolto da due mostri mezzo uomini e mezzo donne, che gli slanciano addosso due enormi graffi di ferro per prenderlo; proferisce potenza, il ferro è rintuzzato ed i mostri fuggono.

«Habib è colpito da uno strano spettacolo: una lumiera di carbonchi illumina una sala rotonda sostenuta da colonne di diaspro. L’armatura del gran Salomone forma il centro in trofeo: la fenice colle ali spiegate ne corona l’elmo. Non possono gli occhi so-