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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/432


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bruciano i piedi; il deserto non offre se non un’ampia estensione di polve; le sue forze esauriscono del tutto. Stende la pelle di tigre sull’arena, si lascia cadere in ginocchio, fa colla terra l’abluzione, ed alzando le mani, rivolge al cielo la più fervida preghiera.»

NOTTE CDLXXIII

— Mentre pregava, tenendo sempre gli occhi fitti sull’oggetto verso il quale sembrava continuamente camminare, scorge come un punto nero che se ne stacca ed avanzasi verso di lui volando per l’aria. Librasi esso alcun tempo, e scende: è un uccello di grandezza mostruosa, un roc che viene a calare ad una cinquantina di passi da lui, e rimane immobile.

«Habib alzasi, cammina verso l’uccello, ed appena gli è vicino in guisa d’esserne udito: — Augello,» gli dice, «tu sei una creatura del Signore, e ti rispetto come un’opera della sua provvidenza. Se vieni per soccorrere un infelice, ma fedele musulmano, vilmente abbandonato dai fratelli, ti comando, in nome di Dio e del suo profeta, di fare un cenno che m’istruisca della tua missione.» E tosto il roc distende le ali, le batte tre volte, e china la testa davanti ad Habib. Il giovane gli si accosta, e vedendo che nelle zampe teneva legato con fili di seta, un cuscino di damasco, vi siede, ed appena vi fu accomodato, l’uccello prende il volo nel più alto de’ cieli. — Messaggero dell’Altissimo,» gli dice Habib, «obbedisci