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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/428


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cintura il pugnale. «Non temete più nulla, mia cara Dorrat Algoase,» aggiunse; «il nostro cavaliere non è disarmato; ho di che vendicarvi de’ nemici. —

«Prima di partire, si munì di alcune piante selvatiche che Alabus gli aveva fatto conoscere, e le cui radici poteano servirgli d’alimento, e s’incamminò in fine verso la sua meta con minor inquietudine di quando era accompagnato dai malcontenti, non fermandosi che per fare le sue tre preghiere, e rinfrescandosi di tempo in tempo la bocca colle radici raccolte.

«Giunse prima di notte al terzo della montagna scoperta alla mattina; colà vide un burrone pieno d’acqua, nel quale scese per estinguere la sete che lo tormentava.

«Fu d’uopo passare in quel luogo la notte, e guarentirsi dalle bestie feroci. Vide a qualche passo una rupe scavata dall’acque, e raccolte tosto alcune enormi pietre, si formò una specie di grotta ove poter dormire in sicurezza. Stende il mantello, si accomoda lo scudo sotto la testa, e si abbandona al sonno non senza riflettere alla sua situazione.

«I feroci abitatori de’ boschi, attirati alla rupe dalle orme del viaggiatore, vennero ad aggirarsi intorno al suo ricovero, mandando orribili ruggiti, quasi disputandosi anticipatamente la preda, di cui si credevano già padroni. L’amore poteva tener desto l’amante di Dorrat Algoase; il timore nulla poteva sul di lui sonno. Aveva bisogno di riposo, e malgrado il fracasso spaventevole dei lioni e delle tigri, la natura benefica versò sulle di lui palpebre i suoi papaveri.

«Finalmente il sole schiudesi il varco traverso le fessure dell’enorme chiusa di cui è circondato Habib; scende nel burrone, vi fa la sua abluzione e le preghiere, mangia le poche radici che gli riman-