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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/418


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NOTTE CDLXX

— Pieno di tale idea, e temendo che quel leggiadro oggetto non iscomparisse, se credeva esser veduto, il principe risolse di nascondersi, e scelse un luogo favorevole al proprio disegno. Erasi appena ritirato, allorchè vide una torma d’uccelli della grossezza delle colombe, le cui penne brillavano dei più vividi colori, posarsi ai piedi della bella incognita. Questi uccelli, in numero di quaranta, cangiaronsi tosto in altrettante giovani ninfe d’ammirabile avvenenza, ma però inferiore d’assai a quella che avea dapprima attirati gli sguardi del principe. Le s’inchinarono profondamente, e la salutarono chiamandola loro sovrana.

«— Perchè,» diss’ella, «non siete qui venute nello stesso tempo di me? Vi dissi che voleva fare una visita all’oggetto della mia tenerezza, al principe Habib, figlio dell’emiro Selama, e vi comandai di seguirmi. Chi vi trattenne fino ad ora? Perchè fate sì poco conto de’ miei ordini, o non riconoscete più il mio impero?

«— Gran regina, » risposero le ninfe, «nulla più abbiamo a cuore che di manifestarvi il nostro rispetto e la nostra sommessione; ma non abbiamo potuto seguire la rapidità del volo della bella e tenera Dorrat Algoase. —

«Il principe Habib fu trasportato di gioia quando udì pronunciare quel nome, e stette per gettarsele ai piedi; ma la meraviglia cagionatagli da ciò