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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/37


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la turbasse, e fosse capace di turbarle, era l’inquietudine nella quale non dubitava che vostra maestà vivesse sulla mia sorte dopo le mia scomparsa dalla corte, stimai mio dovere venirvene a liberare. e non volli mancarvi. Ecco l’unico motivo che mi conduce, e la sola grazia che imploro da vostra maestà è di permettermi ch’io venga di tempo in tempo a tributarlo i miei rispetti ed informarmi dello stato di sua salute.

«— Figliuol mio,» rispose il sultano delle Indie, «non posso negarvi il permesso che mi chiedete; avrei però preferito che rimaneste presso di me. Insegnatemi almeno come possa aver vostre notizie tutte le volte che mancaste di venirmene a dare voi medesimo in persona, o che necessaria fosse la vostra presenza. — Sire,» rispose Ahmed, «ciò che la maestà vostra mi domanda, forma parte del mistero di cui le ho parlato; la supplico adunque di volermi concedere che, anche su questo punto, conservi lo stesso silenzio: mi recherà sì di frequente al mio dovere, che temo piuttosto rendermi importuno, di quello che darle motivo d’accusarmi di trascuratezza, allorchè la mia presenza sarà necessaria.»


NOTTE CDV


«— Sire,» proseguì la domane Scheherazade, «il sultano delle Indie non istancò ulteriormente Ahmed su tale proposito, e gli disse: — Figliuolo, non voglio penetrare più innanzi nel vostro segreto; ve ne lascio intieramente padrone, per dirvi che non potevate farmi maggior piacere di quello di venir a restituirmi, colla