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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/36


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vato della mia gente, e tornai solo sul luogo della lizza. La cercai qua e là, a destra ed a sinistra del sito ove sapea ch’erano state raccolte quelle di Hussain e di Alì, e nel quale pareva dovesse esser caduta anche la mia: ma ogni fatica fu inutile. Non mi stancaì; proseguii le indagini, e continuando a progredire pel piano sempre in linea retta, dove m’immaginava che fosse caduta, aveva già fatto più d’una lega, volgendo gli occhi da una banda e dall’altra, ed anche deviando tratto tratto per recarmi a riconoscere il minimo oggetto che mi porgesse idea d’uno strale, quando riflettei non esser possibile che il mio fosse giunto così lontano: mi fermai quindi, e chiesi fra me se non avessi perduto il cervello, e se il buon senso non mi mancasse a segno di lusingarmi d’aver avuta la forza di spingere sì lungi una freccia, che niuno de’ nostri eroi più antichi e famosi per la loro forza, mai non avessero fatto. Dietro tal ragionamento, stava per abbandonare l’impresa; ma quando volli eseguire la mia risoluzione, mi sentii come trascinato mio malgrado; dopo aver camminato per quattro buone leghe, giunto laddove la pianura è finita da certe rupi, vidi una freccia; corsi a raccoglierla, e riconobbi esser quella ch’io aveva tirata, ma che non si era trovata nel luogo e nel tempo che abbisognava. Laonde, ben lontano dal pensiero che la maestà vostra mi avesse usato un’ingiustizia pronunziando in favore del principe Alì, interpretai diversamente ciò che mi era accaduto, nè dubitai non ci fosse sotto qualche mistero a mio vantaggio, intorno al quale non doveva tralasciar nulla per chiarirmene; e lo fui senza troppo allontanarmi dal luogo; ma è questo un altro mistero sul quale supplico vostra maestà non le spiaccia ch’io custodisca il silenzio, e si limiti a sapere dalla mia bocca che sono felice e contento della mia sorte. In mezzo a questa, siccome sola cosa che