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Pagina:Le mille ed una notti, 1852, V-VI.djvu/292


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Considerate adunque le funeste conseguenze di questi difetti, e non sollecitatevi a farmi morire. —

«Azadbakht, udita la storia di Behezad, o del principe impaziente, parve riflettere profondamente: congedò l’assemblea, e fece ricondurre l’accusato in carcere.

«Il quinto visir, di nome Geherbur, si presentò all’indomani al re, si prosternò umilmente, e gli disse: — Sire, se aveste veduto uno dei vostri sudditi guardare con occhio indiscreto nell’interno del vostro palazzo, o se soltanto aveste udito dire che qualcuno n’ebbe l’audacia, credereste dover fargli cavare gli occhi. Qual trattamento dovete adunque far provare a colui che trovaste in mezzo al vostro appartamento, sdraiato sul talamo reale, ad un vile schiavo che volle attentare all’onore della regina? Come potete voi differire a punire tal delitto, e lasciar vivere un’istante il colpevole? Affrettatevi a lavare l’affronto nel suo sangue. Questo consiglio, sire, mi è dettato dall’amore del mio dovere e dal mio attaccamento per voi; si tratta di mantenere il rispetto che vi è dovuto, ed assicurare la tranquillità dello stato: il prolungare ancora l’esistenza di un tal delitto, è attentare all’uno ed all’altra. —

«Azadbakht sentì allora risvegliarsi il sentimento dell’affronto che credeva aver ricevuto, e fu malcontento di non essersi vendicato. Ordinò di preparare ogni cosa pel supplizio, egli si conducesse il giovane. — Sciagurato,» gli disse vedendolo, «io ho differita di troppo la tua punizione; questo indugio compromette la mia tranquillità e quella dello stato: tu ora subirai il castigo che ti meritasti col tuo delitto.

«— Io non ho commesso alcun delitto,» rispose il giovane intendente con fermezza, «e non temo per la mia vita: questo timore è pel reo; egli solo deve temere il castigo, e benchè abbia sopravvissuto