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«Finita l’orrida cena, gettarono il resto del cadavere nella fossa, colmandola poscia colla terra che ne avevano levata. Allora tornai in fretta a casa, ed entrando, lasciai la porta socchiusa come avevala trovata; giunto nella mia stanza, mi ricoricai e finsi di dormire.

«Amina tornò poco dopo senza far rumore; spogliossi e si ricoricò anch’essa, colla gioia, per quanto immaginai, di essere sì ben riuscita senza ch’io me ne fossi accorto.»


NOTTE CCCXLIX


— Collo spirito agitato d’un’azione sì barbara ed abhominevole, quanto quella di cui era stato testimonio, colla ripugnanza che sentiva di vedermi al fianco di colei che l’aveva commessa, stetti assai tempo senza potermi riaddormentare. Dormii alla fine, ma di sonno così leggero, che la prima voce che si fe’ udire per chiamar alla pubblica preghiera dell’alba, mi svegliò; allora, vestitomi subito, mi recai alla moschea.

«Dopo la preghiera, uscendo di città, passai la mattina a passeggiare pei giardini, pensando al partito cui appigliarmi per obbligare mia moglie a cangiar metodo di vita. Rigettai tutte le vie di violenza che mi vennero in mente, e risolsi di non usare se non quelle della dolcezza per distoglierla dall’orrenda inclinazione. Questi pensieri mi condussero insensibilmente sino a casa, dove entrai appunto all’ora del pranzo.

«Appena mia moglie mi vide, fece servire inta-