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al principe di Persia ed a noi tutti. Preoccupata da tal pensiero, salii subito sulla terrazza in cima della vostra casa, mentre i malandrini entrarono nella stanza, nella quale trovavansi il principe di Persia Schemselnihar. Le due schiave della favorita furono pronte a seguirmi, e di terrazza in terrazza arrivammo fino a quella d’una casa di oneste persone, le quali ci accolsero con molta cortesia, e presso cui passammo la notte. La mattina seguente, ringraziato il padrone di casa del favore accordatoci, tornammo al palazzo di Schemselnihar, entrandovi in gran disordine, e tanto più afflitta, in quanto che non sapevamo il destino de’ nostri due sfortunati amanti. Le altre donne di Schemselnihar stupirono al vederci tornare senza di lei, e noi dicemmo loro, come eravamo convenute, essere la nostra padrona rimasta, da una dama sua amica, d’onde doveva mandarci a chiamare per andarla a riprendere quando le piacesse di far ritorno; della quale scusa si accontentarono. Passai nondimeno il giorno in gravissima inquietudine, e, venuta la notte, apersi la porta di dietro, e vidi un piccol battello sul canale deviato dal fiume che vi mette capo. Chiamai il navicellaio, e lo pregai d’andare su le giù pel fiume, osservando se vedesse una signora, e, se la incontrasse, di condurla. Aspettai il suo ritorno colle due schiave che stavano inquieta al par di me, ed era già quasi mezza notte, quando il medesimo battello giunse con dentro due uomini ed una donna seduta a poppa. Quando il navicello ebbe approdato, que’ due uomini aiutarono la donna ad alzarsi ed a scendere, ed io la riconobbi per Schemselnihar, con una gioia al rivederla e perchè si fosse trovata, cui non so abbastanza esprimere...»

Scheherazade finì qui il suo discorso per quella notte, e la seguente riprese la novella, dicendo al sultano dell’Indie: