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NOTTE CLXII


— Il giovane zoppo continuando la sua storia: «— Signore,» mi replicò il barbiere, «voi mi fate ingiuria chiamandomi ciarlone: tutti per lo contrario mi danno l’onorevol titolo di taciturno. Io aveva sei fratelli, che avreste potuto con ragione chiamar ciancioni; ed affinchè li conosciate, il primogenito si chiamava Bacbuc, il secondo Bakbarah, il terzo Bakhac, il quarto Alcuz, il quinto Alnaschar ed il sesto Schacabac. Erano veri parlatori importuni; ma io, che sono il minore, sono grave e conciso ne’ miei discorsi. —

«Di grazia, signori, mettetevi ne’ miei panni: qual partito poteva io prendere vedendomi sì crudelmente assassinato? — Dategli tre pezze d’oro,» dissi allo schiavo che faceva le spese di casa; «ch’ei se ne vada, e mi lasci in pace: non voglio farmi più radere quest’oggi. — Signore,» mi disse allora il barbiere, «che cosa intendete, di grazia, con questo discorso? Non fui io già che sia venuto a cercarvi, ma voi che mi avete fatto venir qui; e così essendo, giuro, in fede di musulmano che non uscirò di casa vostra se non v’abbia prima fatta la barba. Se voi non conoscete quanto valgo, non è mia colpa. Il defunto vostro signor padre mi rendeva più giustizia: tutte le volte che mandava a prendermi per cavargli sangue, mi costringeva a sedergli vicino, ed allora era un incanto ad udir le belle cose, con cui io sapeva divertirlo. Lo teneva in una continua ammirazione, lo rapiva, e quando aveva finito: «Ah!» sclamava egli; «voi siete una fonte inesauribile di scienza! Niuno si accosta alla profondità del nostro sapere. — Mio caro