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nocchio, quando vide comparire un genio tutto bianco per vecchiaia, e di smisurata altezza, il quale, accostatosegli colla scimitarra sguainata, gli disse con terribile suono di voce: — Alzati, ch’io ti uccida con questa sciabola, siccome tu hai ucciso mio figlio.» Ed accompagnò tali parole con un grido spaventevole; il mercadante, atterrito dall’orrido aspetto del mostro, e dalle sue parole, risposegli tremando — Oimè! mio buon signore, qual delitto ho io commesso contro di voi per meritarmi la morte? — Io voglio ucciderti,» rispose il genio, «nello stesso modo onde tu hai ucciso mio figlio. — Buon Dio,» soggiunse il mercante, «in qual guisa ho io potuto uccidere vostro figlio? Io non lo conosco, e non l’ho veduto mai. — Non ti sei tu seduto appena giunto in questo luogo?» ripigliò il genio; «non hai tu cavato datteri dalla tua valigia, e nel mangiarli non ne gettasti tu i noccioli a destra ed a manca? — È vero, l’ho fatto,» rispose il mercadante, «non posso negarlo. — Or bene,» disse il genio, «io ti dico che tu hai ucciso mio figlio, ed ecco come. Mentre tu gettavi i noccioli, mio figlio passava; uno lo colse in un occhio, che lo uccise: perciò io debbo farti morire. — Deh, signore, perdono,» sclamò il mercadante. — Non c’è perdono,» rispose il genio, «nessuna pietà. Non è diritto di uccidere colui che ha ucciso? — Io vi do ragione,» disse il mercadante, «ma in verità io non uccisi vostro figlio, e quand’anche ciò fosse, l’avrei fatto in fallo; adunque vi supplico di perdonarmi, e lasciarmi in vita. — No, no,» disse il genio, persistendo nella sua risoluzione; «bisogna ch’io t’uccida nella guisa stessa onde tu hai ucciso mio figlio.» Ciò detto, prese pel braccio il mercadante, lo gettò col viso a terra, ed alzò la sciabola per mozzargli il capo.

«Intanto il mercadante, tutto lagrimoso, e protestando