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I TRE POMI


— Sire,» diss’ella, «ebbi già l’onore d’intrattenere vostra maestà d’una sortita, che il califfo Aaron-al-Raschid fece una notte dal suo palazzo; ora voglio narrarvene un’altra.

«Un giorno quel principe avvertì il gran visir Giafar di trovarsi al palazzo la prossima notte. — Visir,» gli disse, «voglio fare il giro della città, ed informarmi di ciò che vi si dice, e specialmente se sono contenti de’ miei ufficiali di giustizia. Se ve ne hanno de’ qual si abbia ragione di lagnarsi, noi li deporremo per metterne altri in loro vece, i quali adempiranno meglio a’ propri doveri. Se, invece, ve ne siano, de’ quali si dicano elogi, avremo per loro i riguardi che meritano.» Essendosi il gran visir recato ai palazzo all’ora stabilita, il califfo, egli e Mesrur, capo degli eunuchi, si travestirono per non essere conosciuti, ed uscirono tutti e tre insieme.

«Passati per piazze e mercati, ed entrati in un viottolo, videro al chiaror della luna un dabben uomo, con barba bianca, alto di statura, che portava alcune reti sulla testa. Aveva sul braccio un cesto di foglie di palme, ed un bastone in mano. — A vedere quel vecchio,» disse il califfo, «non parmi ricco; andiamgli appresso, o chiediamogli lo stato di sua fortuna. — Buon uomo,» gli disse il visir, «chi sei? — Signore,» rispose il vecchio, «sono un pescatore, ma il più povero e miserabile della mia professione. Sono uscito di casa poco dopo il mezzogiorno per andar a pesca, e da quel tempo sino al presente non ho preso alcun pesce. Pure ho moglie e figli, e non so come nutrirli. —

«Mosso il califfo a compassione, disse al pescato-