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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/299


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vandola; e alla fine scopersi che veniva da una fessura della roccia, abbastanza larga per potervi passare.

«A tale scoperta, mi fermai alcun tempo per rimettermi dall’emozione violenta del cammino; poi, inoltratomi verso l’apertura, vi passai, e mi trovai sulla spiaggia del mare. Immaginatevi l’eccesso della mia gioia; fu essa tale, ch’ebbi gran pena a persuadermi non fosse un sogno; quando fui convinto essere cosa reale, o che i miei sensi furono tornati allo stato naturale, compresi che la cosa da me udita soffiare e ch’io aveva seguito, era qualche animale uscito dal mare, il quale fosse solito entrar nella grotta per pascersi de’ cadaveri.

«Esaminai il monte, e notai che stava tra la città ed il mare, senza comunicazione per alcuna via, essendo tanto scosceso, che la natura non l’aveva reso in alcun modo praticabile. Mi prostrai sulla spiaggia per ringraziare Iddio onnipotente della grazia fattami, e poscia rientrai nella grotta per prendervi un po’ di pane, che tornai a mangiare alla luce del giorno con miglior appetito che non avessi fatto dacchè m’avevano sotterrato in quel tenebroso luogo.

«Vi tornai di nuovo, e mi misi a raccogliere a tentone nelle bare tutti i diamanti, i rubini, le perle, i braccialetti d’oro, ed infine tutte le preziose stoffe che mi caddero sotto le mani, portando il tutto sulla spiaggia. Ne formai parecchie balle, che legai accuratamente colle corde che in grande quantità avevano servito a calare le bare, e le lasciai sulla riva, aspettando una buona occasione, senza temere che la pioggia le guastasse, non essendone ancora la stagione.

«Scorsi due o tre giorni, vidi una nave che usciva appunto allora dal porto, e la quale venne a passare vicino al sito, in cui mi trovava. Colla tela del turbante feci segno e gridai con tutta forza per farmi unire. M’intesero, e calata la scialuppa, mi vennero a