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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/295


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Quindi il marito, abbracciati i parenti e gli amici, si lasciò porre senza resistenza in una bara, con un vaso d’acqua e sette piccoli pani accanto, e poi fu calato nel pozzo come la moglie. La montagna distendevasi pel lungo, continuando col mare, e profondissimo era il pozzo. Finita la cerimonia, si rimise la pietra sull’apertura.

«Non è mestieri dirvi, o signori, che fui un tristissimo testimonio di quei funerali. Tutti gli altri astanti non ne parvero commossi, per la loro abitudine di vedere sovente la medesima cosa, ma io non potei trattenermi dall’esternare al re quello che ne pensava. — Sire,» gli dissi, «non saprei maravigliarmi abbastanza dello strano uso vigente ne’ vostri stati, di seppellirci vivi coi morti. Ho viaggiato molto, frequentai genti d’infinite nazioni, e non vidi, nè udii mai parlare di legge sì crudele. — Che vuoi, Sindbad» rispose il re; «è una legge comune, e vi sono soggetto anch’io: sarò sotterrato vivo colla regina mia sposa, se essa muore prima di me. — Ma, sire,» soggiunsi, «oserei chiedere a vostra maestà, se gli stranieri siano obbligati ad osservare simile uso? — Ma certo,» ripigliò il re, sorridendo del motivo della mia domanda; «essi non ne vanno esenti, quando siano maritati in quest’isola. —

«Me ne tornai melanconico a casa con questa risposta. Il timore che mia moglie morisse prima di me, e mi sotterrassero vivo con lei, facevami fare dolorose riflessioni. Frattanto, qual rimedio recare a tal male? Fu d’uopo aver pazienza, e rimettersi alla volontà di Dio. Tuttavia tremava alla minima indisposizione di mia moglie; ma, oimè! n’ebbi ben presto tutto intiero lo spavento; essa cadde malata, ed in pochi giorni morì...»

Scheherazade, a tai detti, mise fine per quella notte al racconto, ripigliandolo il giorno dopo in questa maniera: