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«Il sole era allora presso al tramonto. D’improvviso l’aria si oscurò, quasi venisse coperta da una folta nube. Ma se quell’oscurità mi sorprese, lo fui ben di più quando m’avvidi esserne cagione un uccello di straordinaria grandezza che avanzavasi alla mia volta volando. Mi ricordai di un uccello chiamato roc (1) di cui aveva spesso udito parlare dai marinari, e capii allora che la grossa palla da me tanto ammirata doveva essere un uovo di tal augello. In fatti, ei calò, e vi si pose addosso come per covarlo. Vedendolo venire, io mi era stretto all’uovo, in modo che mi trovai davanti un piede dell’uccello; era quel piede grosso come il tronco d’un albero gigantesco. Io mi vi attaccai fortemente colla tela del turbante, sperando che il roc, nel riprendere il giorno dopo il volo, mi portasse fuori di quell’isola deserta. Infatti, passata la notte in quello stato, appena fu giorno, l’uccello volò via, e sollevommi tant’alto che non vedeva più la terra; poi discese d’improvviso con tal rapidità ch’io ne rimasi quasi soffocato. Quando il roc si fermò, vedutomi al suolo, sciolsi rapidamente il nodo che mi teneva legato al suo piede; aveva appena finito di staccarmene, ch’ei diè di becco sur un serpente di sterminata lunghezza, e tosto prese il volo.

«Il luogo in cui mi lasciò era una profondissima valle circondata ovunque da monti altissimi che perdevansi nelle nubi, e sì aspre e scoscese da non esservi sentiero alcuno di potervi salire. Fu un nuovo imbroglio per me, e paragonando questo sito

  1. Quest’uccello più non esiste, e forse non ha mai esistito. Pure non è impossibile che sia comparso in qualche parte del globo, e che spenta ne sia ormai la razza al par di quella di molte altre specie di animali di prodigiosa grossezza, di cui si trovano ogni dì ancora le ossa pietrificate. Marco Polo ed il padre Martini ne fanno menzione nelle relazioni dei loro viaggi in Oriente.