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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/224


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lezza, tutto mi rapiva la vista. Non trascurerò, o signora, di farvi notare che quel delizioso giardino era irrigato in modo singolare; rigagnoletti, scavati con arte e simmetria, portavano acqua in abbondanza alle radici delle piante, che ne avevano bisogno per far isbucciare le prime foglie ed i fiori; altri ne distribuivano meno a quelle, le cui frutta erano già spuntate; altri meno ancora a quelle, su cui erano già grosse; altri non ne recavano se non quanta precisamente bastava a quelle, il cui frutto aveva convenevole grossezza, e più non attendeva che la maturanza, grossezza però che superava d’assai quella dei frutti comuni de’ nostri giardini. Gli altri rigagnoli finalmente, i quali metteano capo alle piante dal frutto maturo, avevano la sola umidità necessaria onde conservarlo in tale stato senza corrompersi. Io non poteva stancarmi dall’ammirare un sì bel luogo, e non ne sarei uscito, se non avessi concepito più alta idea delle altre cose che mi rimanevano a vedere. Ne sortii pertanto coll’animo pieno di tante maraviglie, chiusi la porta, ed apersi quella che seguiva.

«In vece d’un orto, trovai un giardino non meno singolare nel suo genere; rinchiudeva esso aiuole spaziose inaffiate non colla medesima profusione del precedente, ma con maggior economia per non somministrare a ciascun fiore più acqua che non abbisognasse. La rosa, il gelsomino, la viola, il narciso, il giacinto, l’anemone, il tulipano, il ranuncolo, il giglio, ed un’infinità d’altri fiori che negli altri luoghi sbucciano in tempi diversi, colà schiudevano i loro calici tutti in una volta; non v’era cosa più balsamica dell’aria che si respirava in quel giardino.

«Aperta la terza porta, trovai una vastissima uccelliera, lastricata di marmo a vari colori, del più fino e meno comune, colla gabbia di sandalo e di legno d’aloè, che racchiudeva un’infinità di usignuoli,