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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/223


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Schahriar, gli disse: — Sire, ha da sapere la maestà vostra che il calendero proseguì come segue la sua storia:

«Signora,» diss’egli, «il discorso delle leggiadre principesse mi cagionò un vero dolore. Non lasciai di assicurarle che la loro assenza mi recherebbe grave pena, e le ringraziai de’ buoni consigli, assicurandole che ne approfitterei, pronto a far anche cose più difficili per procurarmi il piacere di passar il resto della vita con dame di merito sì raro. Furono affettuosi i nostri saluti; io le abbracciai tutte ad una ad una, e quindi partirono, ed io rimasi solo nel castello.

«La grata compagnia, la buona tavola, la musica ed i svariati piaceri avevanmi tanto occupato tutto l’anno, che non mi era mai sorto in mente il desiderio di vedere le maraviglie che dovevano trovarsi in quel palazzo incantevole; anzi, non aveva neppur l’alta attenzione a mille oggetti maravigliosi che stavanmi sempre sott’occhio, tanto era ammaliato dall’avvenenza delle dame e dal diletto di vederle unicamente occupate nella cura di piacermi. Fui sensibilmente afflitto della loro partenza, e benchè la loro assenza dovesse durare quaranta soli giorni, mi parve dover passare un secolo senza di esse.

«Mi proposi di non dimenticare l’avviso importante datomi, di non aprire la porta d’oro, ma siccome, fuor di quella, m’era lecito soddisfare alla mia curiosità, presi la chiave della prima delle cento porte ch’erano disposte per ordine.

«Aprii dunque la prima porta, ed entrai in un orto, al quale non credo esservene di paragonabili in tutto l’universo. Penso anzi che neppur quello promessoci dalla nostra religione dopo la morte, sia per superarlo. La simmetria, la pulitezza, la disposizione mirabile degli alberi, l’abbondanza e la diversità dei lumi di mille ignote specie, la loro freschezza e bel-