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Pagina:Le mille e una notti, 1852, I-II.djvu/222


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tere bastante su voi medesimo, non sarebbe impossibile il raggiungerci. — Signore,» soggiunsi, «non comprendo nulla di ciò che mi dite; vi prego dunque di parlarmi più chiaramente. — Ebbene, per compiacervi, vi diremo che noi siamo tutte principesse, figliuole di re. Viviamo qui insieme nella gradevole maniera che vedeste; ma a capo d’ogni anno siamo costrette ad assentarci quaranta giorni per doveri indispensabili, cui non n’è lecito palesare; poi ce ne torniamo in questo castello. L’anno è finito ieri, ond’è mestieri oggi lasciarvi, e quest’è il soggetto della nostra afflizione. Prima di partire vi lasceremo le chiavi di tutto, specialmente quelle delle cento porte, ove troverete di che contentare la vostra curiosità ed addolcire la solitudine durante la nostra assenza. Ma per vostro bene e nostro particolare interesse, vi raccomandiamo di astenervi dallo schiudere la porta d’oro. Se l’apriste, non vi rivedremmo mai più, ed il timore che ne abbiamo, aumenta il nostro dolore. Speriamo però approfitterete dell’avviso; ci va del vostro riposo e della felicità della vostra vita. Se cedeste ad un’indiscreta curiosità, gravissimo danno a noi ne verrebbe. Vi scongiuriamo adunque a non commettere questo fallo, e darci la consolazione di trovarvi qui fra quaranta giorni. Porteremmo volentieri con noi la chiave della porta d’oro, ma il dubitare della discrezione e moderazione vostra sarebbe un’offesa ad un principe qual voi siete....»

Voleva Scheherazade continuare, ma tacque vedendo l’aurora.


NOTTE LXI


Svegliatasi l’officiosa Dinarzade molto prima di giorno, chiamò la sultana. Scheherazade allora, volgendosi a